Anatomia di un conflitto urbano

La crisi del Burundi ha senza alcun dubbio esaltato il suo potere distruttivo proprio dove il potere è da difendere: la città. Bujumbura è per almeno tre anni l'epicentro di disordini che vedono in un primo tempo finalizzarsi nell'eliminazione di nemici ben individuabili, come personalità politiche ed istituzionali, commercianti e responsabili, a vari gradi, della pubblica amministrazione, per poi trasformarsi, in un secondo ma vicino tempo, in una battaglia di quartiere finalizzata alla pulizia dall'avversario, sia esso etnico o politico.
Nella memoria di un osservatore esterno, per di più straniero, sono molti gli indizi ed i fenomeni che sfuggono, e che si rivelano fondamentali, per potere comprendere a fondo le reali logiche della pulizia di un quartiere, se non di un intera città. Non sempre è stato possibile individuare il perché di un attacco o della distruzione di un settore di quartiere, o zona, piuttosto che di un'altra. Come, difficoltoso allo stesso modo, è possibile comprendere quale sia stato l'effettivo legame tra un disordine nato in città e decisioni prese a livello politico o militare. E' comunque probabilmente esatto affermare che la fenomenologia del massacro urbano è da ritenersi intimamente connesso con voleri di belligeranti che hanno avuto la possibilità di potere distribuire con estrema facilità armamenti, leggeri, e ancor più grave, avere la sicurezza di una indelebile impunità.
La grande fuga di popolazione che segue il colpo di Stato dell'ottobre 1993 è un detonatore per il rafforzamento di disequilibri territoriali soprattutto per l'intensità di questo fenomeno. In pochi giorni, come denunciò l'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu, 659 mila persone divengono improvvisamente rifugiati e a migliaia sfollati interni: 375 mila cercano scampo in Rwanda, 245 mila in Tanzania, 39 mila in Zaire e 150 mila sfollati all'interno del paese. Le persone che invece non troveranno alcuno scampo dalla follia che avvolge il paese sono tra le 25 e 50 mila, sono i primi caduti di uno stillicidio che in tre anni quadruplicherà la sua scia di morte.
In uno scenario che vede collassare rapidamente un paese, che per alcuni anni aveva goduto di una relativa tranquillità, la città, in questo caso la capitale, è il teatro del braccio di ferro tra un nuovo e giovane potere che ne mette da parte un altro sin troppo abituato a governare. Senza scendere nelle questioni, nelle ragioni e nelle scelte politiche, sia a livello locale che internazionale, è facile osservare che strade, palazzi, zone e quartieri, trasformandosi in roccaforti di questo o quel gruppo o banda, frazionano inesorabilmente una città.
Il primo sentore di tanta divisione è, immediatamente dopo il colpo di Stato del '93, il coprifuoco. Il provvedimento viene deciso il 21 dicembre dello stesso anno e, sino ad oggi, penalizzerà la città sia da un punto di vista del libero movimento delle persone sia da un punto di vista economico riducendo gli orari delle attività commerciali.
Non solo le stesse complicate e contorte "ragioni" della crisi innescano una serie di vorticose vendette che si susseguono via via con una rapidità impressionante, ma i quartieri si allontanano dalla città mentre le strade e case divengono tra loro sconosciute. E' la nascita dei blocchi, spesso illegali, delle strade e dell'intensificazione dei controlli sulle persone. Il rapido deteriorasi del panorama politico interno del paese spinge spesso i partiti politici a creare, o per lo meno a simpatizzare, con movimenti, spesso giovanili, che agiscono sotto logiche di bande di quartieri. Sono proprio queste "nuove" aggregazioni sociali urbane che divengono necessarie per la concreta realizzazione di progetti e voleri politici che pensano in sedi istituzionali per poi agire direttamente nei quartieri.
Da una parte, soprattutto dove si rende necessario il controllo sulle attività commerciali più redditizie, nasce la tattica della "ville morte", ossia uno sciopero generale presidiato, e spesso armato, che tende a rispondere in maniera forte e decisa al potere politico avversario bloccando le attività commerciali e vitali della città. Dall'altra nasce un banditismo che semina terrore con atti di guerriglia urbana e che trova un appoggio nella semi o totale clandestinità allontanandosi dalla città per agire partendo dalle colline che circondano Bujumbura.
E' proprio quest'ultimo fenomeno che si realizza essenzialmente nei quartieri nord della città e che metterà sotto scacco per vari mesi il debole cuore di un paese alla deriva. Nel marzo del 1994 l'esercito, rimasto per gran parte lealista, inizia le cosiddette operazioni di "disarmo dei civili". Operazioni che, sotto le dure critiche della Comunità internazionale e di parte del potere del paese, sono però spesso dilagate in sommarie perlustrazioni, rastrellamenti ed esecuzioni che troppo spesso hanno eliminato innocui civili mentre i reali nemici trovavano scampo nella fuga verso l'interno del paese o all'estero. E' in questo momento che il Centre Jeunes Kamenge inizia a divenire un punto fondamentale nella vita dei quartieri aggiungendo alla sua prima vocazione di centro di animazione giovanile, una chirurgia di guerra dove proprio due medici, Michele Magoni e Stefania Premi, in servizio per l'organizzazione non governativa, Medecins sans frontieres vengono feriti da colpi di arma da fuoco durante un operazione di rastrellamento di militari. Pochi giorni dopo sarà di nuovo il caos della vita del quartiere che vedrà di nuovo il Centro come obiettivo di un attacco armato da parte di alcuni militari che vedono nella struttura un potenziale luogo di rifugio per i nemici urbani.
Nella primavera del 1994 sono dunque due i fenomeni urbani principali. Da una parte si delinea l'effettiva formazione ed organizzazione di gruppi armati che combattono contro l'esercito e dall'altra l'incremento e l'intensificazione delle azioni dei militari che mirano al disarmo dei civili rivoltosi. L'effetto urbano più evidente, oltre alla distruzione di intere zone della città, soprattutto concentrate nel quartiere di Kamenge, è la fuga dei civili verso l'interno del paese. Il contraccolpo per la città è evidente. I quartieri a nord di Bujumbura iniziano a svuotarsi e la cintura nord che circonda la città diviene luogo di rifugio per i civili fuggiaschi. Il fenomeno, visto dalla parte dei belligeranti, si trasforma in uno scudo umano su cui fare rivalere le proprie vendette.
E' chiaro che il maggior sentimento che si diffonde tra l'opinione pubblica è l'estremismo che solidarizza, spesso in ragione della differenza etnica, o per i guerriglieri o per l'esercito. Tra le azioni più sensazionali portate a termine dall'esercito vanno senz'altro ricordate la deportazione di circa 10 mila abitanti dei quartieri nord nello stadio con l'obiettivo di disarmare i quartieri ormai fantasmi e l'utilizzo di artiglieria pesante puntata sulla periferia della città (aprile 1994).
Soltanto agli inizio dell'autunno 1994 l'esercito riesce, seppur in parte, a riprendere il controllo delle zone nord della capitale, a scapito della perdita della vita di migliaia di civili, mentre la guerriglia si istituzionalizza convergendo in un nuovo movimento armato che si appoggia ad una struttura politica che agisce dai paesi confinanti.
Se sino a questo momento sono essenzialmente i quartieri di Kamenge, Kinama, Cibitoke e Ngagara ad essere obiettivo di conflitti tra bande, esercito e guerriglieri da questo momento, assumendo la guerriglia un carattere più concreto, vengono coinvolte altre parti della città che divengono oggetto di attentati e bliz punitivi. Nel gennaio 1995 è l'ospedale militare e contemporaneamente il quartiere di Mutanga nord a fare le spese di un operazione di guerriglia, e il mercato centrale inizia ad essere il bersaglio di attentati dinamitardi che inesorabilmente penalizzano la vita del mercato sino alla sua paralisi. Se quindi ad una prima fase di crisi urbana che vedeva scontri massicci tra esercito e civili segue una tattica di obiettivi studiati e capillari, i mercati, gli autobus, le auto private, le scuole, la paralisi politica istituzionale dà libero spazio al puro banditismo che riesce a portare a termine una strategia del terrore ed ad amplificare su larga scala il fenomeno della pulizia etnica delle zone e dei quartieri.
E' proprio una di queste bande, che spesso si battezzano con nomi che evocano la loro invincibilità, che da il via al conflitto in quartieri sino a quel momento rimasti in apparente tranquillità. E' Bwiza, marzo del 1995, il primo teatro di tragedie che porta in un solo giorno alla morte di 300 civili. L'acutizzarsi e soprattutto l'estensione della logica dell'esclusione etnica spinge le autorità all'estenione del coprifuoco a 12 ore al giorno, provvedimento che non bloccherà i massacri a Bwiza e Buyenzi che rapidamente si svuotano.
La crisi urbana sembra quindi rigenerare le sue metastasi con continuità. Appena "pacificato" e controllato un quartiere da parte delle autorità ecco che un nuovo agglomerato urbano si trasforma in campo di battaglia e le massicce fughe di persone rimettono in crisi i quartieri normalizzati. Così Kamenge e Kinama, di contraccolpo alla pulizia di Bwiza e Buyenzi, ritornano epicentro di conflitto tanto da ritornare ad essere presidiata dall'esercito e zona off limits anche per i giornalisti (giugno 1995). Il processo di presidio seminando la paura acutizza nuovamente i flussi verso l'esterno per trovare rifugio all'estero (principalmente verso lo Zaire o, più distante, la Tanzania).
Nonostante l'alto contenuto di politicizzazione ed di etnicizzazione del conflitto burundese, soprattutto nelle aree urbane ed in particolar modo a Bujumbura, abbia incessantemente fatto ricorso al termine di "vera e propria guerra" è più obiettivo pensare che la crisi politica abbia, senza alcun ritegno, fatto ricorso ad un massiccio uso di propaganda descrivendo l'avversario, sia etnico che politico, come il vero e proprio male del paese tanto che questa crisi ha generato un maggior numero di vittime proprio tra i civili. Secondo le statistiche per ogni morto tra i belligeranti, guerriglieri o militari, almeno 10 civili hanno perso la vita, di cui il 44 per cento sono donne e bambini, mentre in un conflitto "nomale" il rapporto è di uno a quattro.
La crisi del Burundi è una delle più sanguinose di questo fine millennio. Sebbene tutte le cause di questo conflitto non siano del tutto ricunducibili ai mutamenti geopolitici che hanno sconvolto il pianeta dopo la caduta del muro di Berlino è pur vero che nuove dinamiche conflittuali hanno inasprito i dislivelli della società burundese. La stampa internazionale spesso motiva questo conflitto secondo logiche etniche. Due sono le etnie principali che popolano questo paese, i tutsi e gli hutu, che dalla colonizzazione, nel 1962, hanno inasprito i loro rapporti che sono sfociati in massacri ciclici tra gli anni settanta sino ai nostri giorni. In Burundi il maggior conflitto nasce dalla costrizione di dovere aggiornare la propria società seguendo quelle che sono le logiche del mercato globale, ossia migliorare il proprio bilancio economico interno e frenare la crescita del debito con l'estero.
Nell'ottobre 1993 un tentativo di colpo di Stato decapita la giovane democrazia; in quel mese inizia un conflitto che produrrà 200 mila morti, soprattutto civili, oltre 700 mila profughi e 300 mila sfollati su una popolazione di 6 milioni di persone. Dopo quattro anni di crisi il Burundi ha inoltre perso un secondo presidente, morto in un attentato aereo in Rwanda nell'aprile del 1994, e un terzo è stato destituito da un nuovo colpo di Stato nel luglio 1996 che ha rimesso al potere i militari. Dall'agosto 1996 i paesi africani confinanti hanno indetto un embargo economico, che dura a tutt'oggi. Oggi il Burundi sembra non avere ancora raggiunto la pace soprattutto per i seguenti motivi:
- la crisi ha dato vita alla nascita di diversi gruppi guerriglieri che non si riconoscono a vicenda e complicano la possibilità di una concreta negoziazione;
- il collasso economico, l'assenza di investitori esteri e le speculazioni da parte dei ricchi commercianti locali sull'embargo, istituito dai paesi confinanti dopo l'ultimo colpo di Stato nel luglio 1996, ha fatto si che la crisi sia divenuta una sorta di nuova economia che ha catalizzato il ruolo politico ed economico di famiglie che hanno la possibilità di importare merci;
- la guerra ha creato stati di profonda diffidenza tra le varie comunità e quindi risulta molto complicato il processo di riappacificazione della popolazione;
- gli aiuti umanitari, che raggiungono il paese, hanno creato stati di congelamento delle economie locali e di reticenza da parte della popolazione a ricostruire i consueti stili di vita.
La modalità secondo cui si è manifestato il conflitto, ossia la lotta tra comunità etniche, ha indotto la Comunità internazionale a raccogliere solo questo messaggio dalla guerra. Se invece si osserva in modo più approfondito l'evoluzione del conflitto è invece più corretto dire che la guerra del Burundi nasce soprattutto da uno stato di povertà insostenibile in cui versa la popolazione burundese: quest'ultima in caso di attriti politici vede nell'appartenenza etnica una via di sopravvivenza e di lotta contro un nemico creato soprattutto attraverso la propaganda voluta dagli strati della società più benestanti che hanno come unico obiettivo quello di difendere propri interessi economici e finanziari. A tutt'oggi nessun segnale porta a pensare che una soluzione del conflitto sia concretamente vicina.