La nostra storia
1991
I tre padri della congregazione missionaria dei saveriani, Marino Bettinsoli, † Victor Ghirardi, Claudio Marano e Mons. Simon NTAMWANA, vescovo di Bujumbura, studiano il progetto per la creazione di un Centro per i giovani nei quartieri nord di Bujumnbura. Dopo vari ritocchi il progetto, che è della diocesi di Bujumbura e è affidato ai missionari saveriani, viene accettato dal ministro della gioventù del governo Buyoya e dalla Comunità dei padri saveriani. Il Centro prende il nome di Centre Jeunes Kamenge e viene edificato nella zona di Cibitoke, il progetto è quello di abituare i giovani dei quartieri di Kamenge, Kinama, Cibitoke e Ngagara, giovani di diversa etnia, paese, religione, tendenza politica e situazione sociale a vivere insieme. In settembre inizia la costruzione degli edifici del Centro con la casa della Comunità. Il progetto viene presentato a migliaia di organizzazioni nel mondo per reperire i fondi necessari. Assieme ad un'infinità di gruppi, famiglie, organizzazioni che partecipano secondo le loro possibilità, appoggiano l’idea la Conferenza Episcopale Italiana, la Caritas spagnola che si chiama Manos Unidas e, tramite l’ong italiana Vises, la Comunità Europea. Con i fondi di questi tre organismi si iniziano i lavori. Verso la fine dell’anno dei disordini nella città bloccano temporaneamente i lavori di costruzione.
1992
Aprile: si termina la costruzione della casa dove si insedia la Comunità. Si inizia l’accoglienza dei giovani nei locali del piano terra della casa. Qualche attività prende inizio: la biblioteca, incontri di gruppi (gruppo della pace, dei diritti dell'uomo, biblico, studio del corano, di Taizé, della fraternità de Foucauld), e si organizzano veglie di preghiera ecumenica. A maggio: una Comunità di suore della congregazione delle Dorotee di Cemmo accetta di venire a lavorare al Centro. Vengono cosi ampliati i locali destinati alle comunità e dove iniziano a vivere, a partire da settembre, le suore di Cemmo.
1993
Settembre è il vero e proprio debutto del Centre Jeunes Kamenge. Iniziano le iscrizioni dei giovani e si intensificano le attività. Il Centro resta aperto fino alle 10 di notte. I lavori continuano, specie per ciò che riguarda i campi da giochi e la nuova canalizzazione del torrente Nyabagere, nonostante il clima di insicurezza e di paura. Alle comunità religiose si affianca un volontario francese, Olivier Servonnat, del Servizio di Cooperazione e Sviluppo di Lione. In ottobre c'è il colpo di stato.
1994
In gennaio il Centre Jeunes Kamenge assieme ai giovani della parrochia di Ngagara organizza una grande marcia della pace nei quartieri nord. L’acutizzarsi della crisi politico-militare coinvolge ormai tutta la città, iniziano gli scioperi, le "ville morte", e la guerra nei quartieri nord della capitale. Il Centro lentamente riduce le sue attività sino a chiudere. I quartieri attorno al Centro sono distrutti e saccheggiati, migliaia sono i morti. Il 24 marzo le strutture del Centro sono attaccate da una compagnia militare proveniente dal quartiere di Cibitoke, che tira delle raffiche di mitragliatrice nelle stanze del piano superiore della casa della comunità dei padri e delle suore. Vengono avvertiti immediatamente ambasciatori, giornalisti stranieri e Stato maggiore dell’esercito... Alle sei di sera, dopo due ore di trattative e di controlli, si chiarisce la situazione. Non ci sono vittime. I militari constatano che il Centro non è un luogo di preparazione dei ribelli. Qualche giorno dopo, Médecins Sans Frontières Belgique, chiede di poter disporre di qualche locale per poter installare un ospedale da campo per i feriti di guerra dei quartieri nord. Vengono messe a disposizione la palestra, gli spogliatoi e la sala polivalente. Si inizia a lavorare nei quartieri con Médecins Sans Frontières. Raccolta di feriti, seppellimento dei morti, interventi per evitare l'insorgere di epidemie, trasporto dei casi più gravi negli ospedali cittadini, distribuzione di medicinali e alimentari. Il 23 aprile dopo l'occupazione del Centro da parte di tre blindati e di numerosi militari, viene richiesto lo sgombero totale del personale del Centro. Dopo ore di discussioni e contatti telefonici con ambasciatori, vescovo, nunzio, Stato maggiore dell’esercito, si arriva alla drammatica conclusione: bisogna abbandonare il Centro nelle mani dell'esercito, si evacua la totalità del personale compresi tutti gli operai e l'ospedale da campo verso la città. Alle 23.00 si termina questa dolorosa operazione. Il personale di Médecins Sans Frontières viene accolto negli ospedali cittadini, i padri e le suore nella casa regionale dei Saveriani, gli operai rientrano nei quartieri della città. Il giorno dopo vengono evacuati i quartieri di Kamenge e di Kinama. La gente viene raccolta negli stadi cittadini. Si ritorna al Centro solo la settimana seguente accompagnati da due ufficiali dello Stato maggiore dell’esercito e dal Nunzio Apostolico. I quartieri di Kamenge, di Kinama e parte di quello di Cibitoke sono completamente vuoti, la distruzione è totale. Il Centro è stato saccheggiato dai militari presenti sul posto e i danni sono di oltre 100 mila dollari.
Inizia una nuova fase della vita del Centro. Lo Stato maggiore dell’esercito impone la presenza di una postazione militare alle porte del Centro. Seguono mesi di solitudine in mezzo a quartieri in guerra. Si cerca di ristrutturare gli ambienti, di recuperare il più possibile di materiale, e si tenta nei giorni buoni di riprendere qualche attività. Due medici italiani che lavoravano in Burundi, sono vittime di un'imboscata all'entrata del Centro. Viaggiavano su una Land Rover con il loro figlio di qualche mese. Stefania è ferita al braccio, Michele alla gamba. Il bambino è illeso. Un'operazione di evacuazione di Médecins Sans Frontières Belgique, durata tre ore, ha riportato i due feriti in città. Alle 11.30 del 17 luglio mentre celebra l’eucarestia con un migliaio di giovani, muore per una crisi cardiaca Victor Ghirardi.
Le attività del Centro continuano malgrado i giovani abbiano grandi difficoltà a raggiungerci. Per quattro volte, un centinaio di essi è obbligato a passare la notte al Centro stesso perché fuori si combatte. I quartieri più vicini al Centro sono completamente distrutti.
1995
Si tenta di riprendere i contatti con le zone più vicine: Kamenge e Cibitoke. Degli interventi vengono programmati sul posto, da una parte per la distribuzione di viveri, dall'altra l'organizzazione di gruppi di donne per deforestare i quartieri abbandonati, in entrambi si avvia la ricostruzioni di case. Dopo avere terminato il suo servizio rientra in Francia il volontario Olivier Servonnat. Le due suore africane della comunità, partono per Bukavu, in luoghi più sicuri. La crisi nel paese e nella città è più aspra che mai.
1996
Il Centro continua a rimanere aperto nonostante le enormi difficoltà. I giovani che lo frequentano, sono solo di qualche quartiere. Le bande estremiste della città minacciano a più riprese il Centro considerato una sfida alla logica della guerra. In aprile Claudio cade in una loro imboscata e viene sequestrato per 3 ore. Il 4 maggio da una di loro viene lanciata una granata nelle cucine. Nessun ferito, solo danni materiali. Il 27 luglio, per un cancro ai polmoni, muore Anatolie, una suora burundese della Comunità delle Dorotee di Cemmo che era rientrata al Centro. In agosto un nuovo colpo di Stato. Sul paese cade il blocco di un embargo indetto dai paesi della regione. La comunità delle suore rientra definitivamente in Italia. Il Centro continua la sua vita. Nei quartieri comincia a rientrare la popolazione, soprattutto nella zona di Kinama, mentre Kamenge continua a rimanere deserta. Arriva dal Ciad il saveriano Gigi Signori per rafforzare la Comunità.
1997
La gente di Kamenge, Kinama, Cibitoke riprende a rientrare nei quartieri. Mons. Ntamwana diventa arcivescovo di Gitega. Al suo posto arriva Mons. Evariste NGOYAGOYE. Ritorna la comunità delle suore Dorotee, Magda, Angela Maria e, per la prima volta, Emilia. Siamo a una nuova primavera del Centro. Alla fine dell’anno i giovani iscritti sono quasi 9 mila, tante attività riportano la vita nelle strutture e nei quartieri. Si riprende a sperare…