LEGGERE IL LIBRO DI TOBIA IN BURUNDI

 

Una famiglia profondamente credente

In Burundi ti capita spesso di incontrare una persona che si chiama Kubwimana, Mpawenimana o un altro nome che finisce in –imana. E se tu ti informi ti spiegano: Kubwimana significa Grazie a Dio, Mpawenimana, E' Dio che dà; Akimana è un nome delicato perché vuol dire Piccolo bebè di Dio, un po' come Benimana che è Discendenza di Dio; ma c'è anche Bigirimana, E' l'atto di Dio, e Hakizimana vale a dire E' Dio che salva.

Perciò non è una sorpresa, per i Burundesi, leggere l’inizio del libro di Tobit:

Ecco la storia di Tobit. Tobit è figlio di Tobiel, che è figlio di Ananiel, figlio di Aduel,

figlio di Gabael. Tutti sono della stirpe di Asiel (1,1).

 

Basta spiegare che El, un po' come Allah in arabo, significa Dio; perciò Tobiel vuol dire Dio è buono oppure Dio è il mio bene, Ananiel Dio è grazia, Aduel Dio è signore o Dio è potente, Gabael Dio è grande, Asiel Dio condivide, o Dio agisce. Cosi è subito chiaro: Tobit, uno dei protagonisti del libro, nasce all’interno di una famiglia profondamente credente, una famiglia all'interno della quale le madri, come nell’antico Israele, consideravano ogni nascita come un dono di Dio, un segno che Dio continua ad agire nella storia umana, nelle vicissitudini di una coppia e nella fragilità di un bambino. E quando tu l'accarezzi, questo bambino o questa bambina[i], tu ti rallegri del Dio che dà e che salva, e gli rispondi con la delicatezza di una carezza sulla guancia.

 

Terra e sradicamento

Per leggere il libro di Tobia bisogna avere gli occhi ben aperti sul libro, ma anche sulla terra. Cosi non può passare inosservato il verso 2:

Gli Assiri hanno un re. E' Enemessar; ed è al tempo di questo sovrano che Tobit è stato deportato da Tisbe. Tisbe è a destra di Kadesh. Kadesh di Neftali è in Galilea, al nord. E' a nord di Aser, e Aser è a nord di Fogor. Il sole tramonta là, ma Aser si estende ancora più in lontananza (1,2).

 

La menzione del sovrano assiro, Enemessar o Salmanassar, ci riporta indietro nel tempo, all'ottavo secolo a.C. Gli storici ci dicono che questa informazione è inesatta. Più che a Enemessar o Salmanassar V, che regnò tra il 726 e il 722, bisogna pensare a Tiglat-Pilezer, il suo antecessore, e al suo lungo regno (745-726). In ogni caso il discorso è sulla terra e sullo sradicamento dalla terra. Altrove la Bibbia vi accenna brevemente: “E' durante il regno di Pekach re d'Israele che giunge Tiglat-Pilezer, re d'Assiria. Egli prende le città di Ion, Abel-Bet-Maaca, Ianoach, Kedesh e Azor, Galaad e la Galilea, cioè tutta la terra di Neftali, e deporta gli abitanti in Assiria" (2Re 15,29).

Deporta! Quest'ultimo verbo è molto frequente nella Bibbia. Contiene l'idea di mettere a nudo, mettere a nudo con violenza, strappare, sradicare. Ed è il verbo dell'esilio, della deportazione. Ma è un verbo molto frequente anche in Burundi, e ti mette sotto gli occhi gli sfollati, le persone costrette a cercar rifugio nei bananeti, oppure nei campi profughi, sotto quei teloni di plastica blu, sorretti da rami e frasche, teloni che in Burundi hanno un nome sinistro, minaccioso: i blindati.

Nel libro di Tobit, il protagonista deve lasciare Tisbe, nell'alta Galilea. E a Bujumbura in questi anni la gente ha lasciato – e quante volte – il quartiere di Kamenge e, pochi mesi fa, il quartiere di Kinama. E li ha lasciati alla devastazione: case sforacchiate dalle pallottole e da obici ancor più grossi, rete elettrica distrutta, saccheggi, tracce di sangue che in pochi mesi la natura tropicale, come una mamma pietosa e pudica, ricopre con un velo.

Ma torniamo al libro e lasciamo la parola a Tobit:

Io sono Tobit. Le mie strade sono il vero e il giusto. Ogni giorno della mia vita ho camminato su questi sentieri. Io, i miei fratelli e quelli del mio clan, gli Assiri ci hanno presi e ci hanno condotto a Ninive. Quanto a me, durante tutto questo tempo, ho dato con generosità (1,3).

 

Il protagonista, costretto a lasciare Tisbe e a percorrere la strada della deportazione insieme ai fratelli, considera tutta la sua vita come un cammino: un cammino, anche quando imposto da un sovrano prepotente, sotto il segno della verità, della giustizia e della generosità. Il tema del cammino, che qui riecheggia per la prima volta, tornerà spesso sulle labbra di Tobit. Ascoltandolo raccontare si ha l'impressione che l'esperienza della deportazione sia diventata la chiave di volta, l'esperienza fondamentale a partire dalla quale egli interpreta tutta la sua vita.

 

Il cammino della fedeltà

Ascoltiamo ancora Tobit:

4 Ero ancora ragazzo. Il mio paese era la terra d'Israele. Mio papà era della tribù di Neftali. Ma la sua tribù si è irrigidita e si è fatta compatta staccandosi dalla casa di Davide. E si è staccata anche da Gerusalemme, città unica tra tutte. Si, perché le tribù d'Israele sono numerose, ma uno solo è il luogo per i riti delle tribù d'Israele, ed è laggiù. Un solo tempio si innalza, consacrato, ed è laggiù. Là sarà sempre la casa di Dio. 5 Allora Israele aveva un re, Geroboamo. A Dan e su tutte le montagne di Galilea egli aveva innalzato la statua di un torello. I miei fratelli e tutti quelli della tribù di Neftali, il capostipite, offrivano le carni grasse degli animali a questo torello. 6 Ero solo io, io solo, ad andare a Gerusalemme. Ci andavo spesso, per le feste. Obbedivo al comando eterno prescritto per tutto Israele. Portavo la parte più bella della terra, le bestie nate a primavera, la decima parte del bestiame, i frutti della prima tosatura. Mi affrettavo. Andavo a Gerusalemme (1,4-6).

 

La rottura tra il regno dei nord (la casa di Geroboamo o il regno d'Israele) e il regno del Sud (la casa di Davide, cioè il regno di Giuda e Gerusalemme) è sottolineata con particolare forza: si tratta di un irrigidirsi, un compattarsi nella ribellione nei confronti di Gerusalemme. E anche queste sono parole tragiche per i Burundesi: allontanarsi, separarsi, ribellarsi. I ribelli: gli uni contro gli altri; hutu e tutsi, minaccia di genocidio, guerra civile, anzi incivile. Frutto della divisione. Senza fine. A Bujumbura c'è il monumento dell'Unità e ogni straniero che arriva nella capitale passa a vederlo. E in Burundi, accanto alla bandiera nazionale, c'è la bandiera dell'unità. E sventola tutti i giorni davanti al palazzo del Governo. Si, monumento e bandiera sono li, sotto gli occhi di tutti. Ma quanti sono quelli che ci credono? Quanti sono quelli che sono disposti a giocarvi la loro vita? La pulizia etnica non è sconosciuta nemmeno nelle parrocchie. E non è lontano il tempo in cui uno veniva ucciso in chiesa, durante la liturgia, e per motivi etnici! Eppure Tobit, pur di affermare e ricostruire l'unità lungo la valle del Giordano, è disposto ad attraversarla per intero, da nord a sud. Certo, egli viene da Neftali, dal punto più settentrionale, da Tisbe. E Tisbe, l'abbiamo già letto nelle prime righe

è a destra di Kadesh. Kadesh di Neftali è in Galilea, al nord. E' a nord di Aser, e Aser è a nord di Fogor. Il sole tramonta là, ma Aser si estende ancora più in lontananza" (1,2).

 

In questa descrizione, il nome più famoso è certo Kadesh, una terra che conobbe - da sempre - violenti scontri militari e deportazioni (Gs 12,22; 19,37; 2Re 15,29; 1Mac 11,63.73). Inoltre lo stesso passo del libro di Tobit insiste, a più riprese, sul nord. Infine, a dare l'idea di una terra lontanissima, c'è la menzione del luogo dove tramonta il sole, anzi ancora più in là. E a Bujumbura questa geografia biblica, geografia che mescola atrocità reali e elementi favolosi, evoca una geografia ben più concreta, la provincia di Cibitoke, spazio inaccessibile, là dove sono stati uccisi anche i nostri uomini della Croce Rossa, e, più in là l’immenso Zaïre, ora Repubblica Democratica del Congo, che è ancora più in là di dove tramonta il sole.

Quanto a Tobit, da questa terra lontana e ribelle, osa affrontare un lungo viaggio e recarsi a Gerusalemme. E all'interno di una cultura che vuole la separazione, il viaggio di Tobit a Gerusalemme è un viaggio letteralmente contro corrente: tutti gli altri vanno verso nord, al santuario e al torello di Dan. “I miei fratelli e tutti quelli della tribù di Neftali, il capostipite, offrivano le carni grasse degli animali a questo torello. Ero solo io, io solo, ad andare a Gerusalemme” (1,5-6). Detto in termini più diretti: in risposta a una volontà di separazione, Tobit si impegna, concretamente, per l'unità. E tutti a Bujumbura ricordavano le parole del vescovo: per il Burundi ci sarà un futuro quando quelli di Ngagara andranno in pellegrinaggio a Kamenge [ii]. Insomma: la fedeltà a Dio deve prendere forma concreta e incarnarsi nella fedeltà ai fratelli, senza esclusione di sorta, superando le barriere etniche.

 

Le radici della fedeltà

Tobit non si limita a raccontare quello che lui faceva da giovane, prima di vivere l'esperienza tragica della deportazione. Egli menziona anche le motivazioni che sorreggono le sue scelte anticonformiste.

Davo la decima parte ai bambini senza genitori, alle donne senza marito, agli stranieri ben disposti verso la fede ebraica. Ogni tre anni davo loro questa decima. La versavo seguendo strettamente la legge di Mosè su questo punto. E altrettanto strettamente seguendo le raccomandazioni di Debora. Debora era la mamma di Ananiel, mio papà. In effetti, dopo la morte di mio papà, io ero rimasto orfano (1,8).

 

Questo passo contiene alcuni elementi importanti. Innanzitutto Tobit sottolinea come questo suo andare a Gerusalemme non sia un gesto di alta politica. Egli non si reca a palazzo, là dove ci sono quelli che contano. Si reca al tempio, presso i sacerdoti e i leviti. Ma soprattutto si prende cura degli emarginati, gli orfani, le donne vedove, gli stranieri. E tutto ciò conformemente alla Bibbia o, meglio, alla rilettura della Bibbia. Infatti la Bibbia precisa:

Ogni tre anni, tu preleverai la decima parte dei tuoi prodotti dell'anno e la deporrai alle porte della tua città. Allora verranno il levita che non ha parte, lui, né eredità con te, cosi come lo straniero, la vedova e l'orfano che abitano nella tua città. Cosi potranno nutrirsi a sazietà, affinché tu benedica il Signore tuo Dio in tutte le tue azioni (Deut 14,28-29).

 

La disposizione del Deuteronomio insiste sul fatto che la fedeltà a Dio può esprimersi solo nella solidarietà con gli ultimi "alle porte della tua città". Solo chi si occupa concretamente degli emarginati può benedire il Signore. Ma, rispetto a questa disposizione, Tobit va ben più in là. In lui la solidarietà con gli ultimi si lega all'impegno per l'unità del paese. Infatti Tobit si occupa degli ultimi ... di Gerusalemme e a Gerusalemme!

E nelle memorie di Tobit questo impegno per l’unità del paese, come in Burundi per la ricucitura dello strappo tra hutu e tutsi, nasce da una rilettura femminile della Bibbia. E’ una donna, è mia nonna ad avermi incoraggiato in questa direzione. Anzi, Tobit mette in parallelo la Bibbia e la voce viva, viva e familiare, di Debora.

 

Una donna, un figlio

Nelle sue memorie Tobit dà uno spazio considerevole alla coppia. Ed egli parla, innanzitutto, delle sue esperienze.

Giunto all'età adulta ho preso moglie. L’ho scelta nella discendenza della nostra famiglia. Da lei ho generato un figlio. L’ho chiamato Tobia (1,9).

 

Da tempo io mi chiedo perché mai questa preoccupazione: una donna "nella discendenza della nostra famiglia". C'è una componente di paura? E' la mentalità del proverbio (sia italiano sia burundese) "donne e buoi dei paesi tuoi"? Personalmente queste ipotesi mi convincono poco. Ho invece l’impressione che, nel primo capitolo del nostro libro, là dove l'autore insiste sulla solitudine sperimentata nel suo impegno per un popolo unito, Tobit cerchi una compagna che condivida questo suo impegno, questo suo sforzo per realizzare il sogno dell'unità. Prima c'era Debora a incoraggiarlo verso Gerusalemme. Ora, diventato adulto, un'altra donna potrà condividere con lui la solitudine di questa fedeltà al Dio che vuole l'unità. E quando nasce un figlio, il nome non può che essere Tobia, Tob Jah, cioè buono è Jahvé. E in questa scelta riecheggia il nome più personale di Dio. Non più El, cioè Dio o divinità, bensì Jahvé, il nome più personale. Si, perché dall'incontro personalissimo con la donna, nasce un bambino in cui la presenza di Dio, il volto di Dio, rivela il suo tratto più unico, intimo. Originalissimo.

 

Bassi e alti della vita

Subito dopo aver menzionato la nascita del figlio, Tobit prosegue:

10 Poi gli Assiri ci imposero la deportazione e anch'io fui deportato e dovetti andarmene a Ninive. Tutti i miei fratelli, quelli del mio clan, tutti mangiavano il pane degli stranieri. 11 Ma io ho tenuto ben lontano la mia vita dal mangiare cibi stranieri. Infatti con la mia vita tutta intera io mi ricordavo di Dio (1,10-11).

 

Nelle prime righe forte è il peso della parola deportazione. Tobit ci insiste ripetendola. Eppure, più che sullo sradicamento, egli mette l'accento sulla solitudine: “tutti i miei fratelli ... ma io”. Per gli altri, per i fratelli, il discorso è sul mangiare, Ma quando Tobit parla di se stesso, il problema si fa ben più profondo: è un problema di coscienza, è in gioco la vita stessa. E' a questo livello, e sempre a questo livello, che si situa la fedeltà a Dio. Ricordare Dio o dimenticarlo non è un problema di memoria o di amnesia. E' qualcosa di esistenziale.

 

Tobit, pur nella singolarità del suo stile di vita, anche agli occhi dei pagani appare degno di fiducia.

13 Enemessar pose gli occhi su di me. L'Altissimo vegliava al mio fianco. Io gli piacqui. Gli parvi degno di fiducia. Comperavo per lui tutto ciò di cui aveva bisogno. 14 Mi recavo in Media dove comperavo per lui finché egli morì. E depositai in Media, presso Gabaliel, fratello di Gabri, dei sacchi pieni d'argento: pesavano dieci talenti. 15 Poi Enemessar è morto. Sennacherib ha preso il suo posto sul trono. Era suo figlio. Ma allora le strade in Media erano minacciate dai ribelli. E non mi fu più possibile andare in Media (1,13-15).

 

Sorti alterne quelle di Tobit: uno straniero, un esiliato che diventa uomo di fiducia del sovrano e responsabile delle sue attività commerciali. Uno straniero, un deportato che diventa ricco al punto da poter depositare, nel corso dei suoi viaggi, un'enorme quantità d'argento, dieci talenti, all'incirca tre quintali e mezzo. Ma poi le sorti cambiano e le strade diventano un pericolo. Sono minacciate dalla ribellione. A Bujumbura, leggendo le memorie di Tobit, avrei potuto fermarmi sulle varianti testuali: manoscritti che, al posto di "erano minacciate dai ribelli" hanno: "le strade si cambiarono", "furono stravolte", "furono chiuse", "furono perturbate e rese instabili", "si fecero turbolente e infide". Ma in Burundi le persone che leggono la Bibbia con me non hanno bisogno di informazioni supplementari. Sanno bene i rischi che corrono quanti salgono da Bujumbura a Bugarama. Di notte si rischia la vita, sempre, Ma in certi momenti anche di giorno puoi incappare nei banditi, nei ribelli o anche nelle "sbavature" (cosi si dice) di un gruppo di soldati.

 

Che cosa significa opposizione

Ma torniamo a Tobit e al suo stile di vita prima con Enemessar e poi con Sennacherib:

16 Durante i giorni di Enemessar io ho vissuto a fondo la solidarietà dando molto ai miei fratelli, a quelli del mio clan. Essi avevano fame e davo loro il mio pane. 17 Essi erano nudi e davo loro dei vestiti. Vedevo qualcuno della mia gente morto e gettato dietro le mura di Ninive, e gli davo sepoltura. 18 Poi fu il tempo di Sennacherib: sconfitto tornò dalla Giudea. Aveva osato bestemmiare il re del cielo e il re del cielo aveva fatto giustizia. Sennacherib era furioso, uccideva i figli di Israele. Li uccideva e io prendevo i loro corpi. Li seppellivo. Lui li cercava e non li trovava (1,16-18).

 

Nelle sue memorie Tobit mostra la correttezza e la costanza del suo comportamento: aveva dato sepoltura ai morti durante il regno di Enemessar, continuà a dare sepoltura anche al tempo di Sennacherib. Se nel primo caso il suo gesto poteva essere compreso come un gesto di pietà e di rispetto per l'uomo, nel secondo lo stesso gesto diventa una forma, silenziosa, di opposizione, di contestazione del regime. E le conseguenze si possono immaginare:

19 Uno di Ninive andò a riferire al re che ero io a dar sepoltura ai morti. E io mi tenni nascosto. Poi, venuto a sapere che mi cercava e voleva uccidermi, ho avuto paura e mi sono rifugiato altrove. 20 Mi hanno preso tutti i miei beni. Non avevo più nulla. Tutto è finito nel tesoro del re. Non mi restava se non mia moglie Anna e mio figlio Tobia (1,19-20).

 

Il comportamento del re era prevedibile. Altrettanto prevedibile quello di Tobit. Ma il racconto dei fatti contiene un elemento sorprendente. Ora, e solo ora, Tobit fa il nome della moglie. Sembra quasi che adesso, nel crollo di tutto, la donna, insieme al figlio, rimanga l'unico punto di riferimento per Tobit. Lei, Anna, che significa "Grazia", e Tobia, cioè "Buono è Dio".

 

Anna e Tobia, un segno in lontananza

Per Tobit fuggiasco la donna e il figlio esistono e, non finiti nelle grinfie del sovrano, restano un segno vivente della bontà di Dio. Segno vivente, anche se lontano. Solo più tardi, quaranta giorni più tardi, quando Sennacherib viene ucciso dai suoi figli, Tobit potrà rientrare. Il nuovo sovrano è Assaradon, e riabilita Tobit.

Sotto il re Assaradon ho ritrovato la mia casa. E ho potuto rivedere Anna, mia moglie, e mio figlio Tobia. E per me è stato come un dono (2,1).

 

A Bujumbura, dove tutto cambia in un attimo, ci fermiamo un momento a riflettere. Qui le separazioni, la fuga dell'uno o dell'altro da casa è, purtroppo, qualcosa di non-eccezionale. Quanti ragazzi ho incontrato, ragazzi che negli ultimi tre anni hanno cambiato più volte residenza. Quanti ragazzi che, da anni, non vedono più il loro papà e non sanno più nulla di lui. Chissà i padri, se sono ancora in vita, chissà se si sentono incoraggiati dal pensiero che da una qualche parte hanno ancora una moglie che si ricorda, una moglie che per loro sia "Anna", cioè una donna che rappresenti, seppur lontana dai loro occhi, un segno della grazia e della simpatia di Dio? E quando c'è, insperato, un ritorno ... E' proprio vero che la compagna di un tempo viene considerata come un dono? Oppure uno ritorna ma talmente cambiato che ... Eppure Tobit nelle sue memorie scriveva: “ho potuto rivedere Anna, mia moglie, e mio figlio Tobia. E per me è stato come un dono".

 

Senza la solidarietà non e'è festa

Nel libro di Tobit tutto va molto in fretta. Il protagonista ritorna a casa e subito torna alla solidarietà. Cosi, nella festa di Pentecoste, quando tutto è pronto per il pranzo,

io ho detto a mio figlio Tobia: "Parti, figlio. A Ninive dove i nostri sono stati deportati, se tu ne vedi uno che, come bene, non ha che la nostalgia nel suo cuore, conducilo qui e mangerà con me. Tu tornerai, figlio. Nel frattempo ti aspetterò." (2,2).

 

 

Tobit non è capace di rallegrarsi da solo. Il pensiero che qualcuno sia privo di tutto e gli rimanga solo la nostalgia del passato e della terra lontana gli impedisce di mangiare e anche di pregare.

E quando il figlio, tornando, gli parla di un uomo giustiziato, strozzato dal capestro e abbandonato sulla piazza, Tobit non può che occuparsi della vittima, nasconderla fino al tramonto e poi scavare una fossa e darle sepoltura.

 

Cecità, crisi

E' dopo questo funerale affrettato che Tobit va a riposarsi all'esterno, per il caldo, e diventa cieco a motivo di escrementi caldi che gli uccelli lasciano cadere sui suoi occhi. E i medici faranno il resto, rovinandolo del tutto.

Ed è a questo punto che le disavventure di Tobit toccano il punto più basso:

11 Anna, mia moglie. lavorava la lana – lavoro tipico delle donne – e poi la mandava ai suoi padroni. Essi le davano un salario. E nel settimo giorno del mese di distro finì di tessere una tela e la fece avere ai padroni. Essi gli hanno dato il salario convenuto e, assieme, anche un capretto da mangiare. 13 Quando è tornata a casa con il capretto che belava, l'ho chiamata e le ho detto: "Da dove viene questo capretto? Rubato, forse? Restituiscilo ai padroni! Non abbiamo il diritto di mangiare ciò che è stato rubato". 14 E lei : "Mi è stato dato in dono, in più al salario". E io non le credetti e le dicevo di restituirlo ai padroni. E mi vergognavo profondamente di lei, per la storia del capretto. Ma lei mi risponde: "Dov'è la tua solidarietà per gli altri? Dove sono le tue opere di giustizia? Ecco: tutto è chiaro dato lo stato in cui ti trovi" (2,11-14).

 

Il pericolo della religiosità

Questo è un punto fondamentale nel libro. Tobit insiste, e molto, sulla sua fedeltà a Dio, fedeltà che si concretizza nell'impegno per ricostruire l'unità del popolo e per vivere la solidarietà con gli ultimi. Eppure qui la fedeltà a Dio si trasforma in perversione, in incapacità a credere nella donna.

Ho usato la parola perversione, e l'ho usata intenzionalmente. Infatti, finora abbiamo visto una fedeltà a Dio aperta all'uomo, aperta ai fratelli e alla ricostruzione dell'unità con loro, una fedeltà aperta agli emarginati, alle donne senza marito, ai figli senza padri, ai leviti senza eredità. Abbiamo visto una fedeltà all'uomo fino alla morte, fino a prendersi cura di lui e della sua sepoltura. Ed era una fedeltà che Tobit era disposto a pagare cara, a realizzare anche a costo di essere ricercato dal potere politico.

Ora invece questa fedeltà a Dio si fa malata, deformante e deformata. Perché mai, sentendo belare un capretto, la prima e l'unica idea che mi viene è quella che esso sia stato rubato? E perché mai non credo, non mi fido di chi mi assicura che furto non c'è ? Perché mai devo intestardirmi a credere che una persona, un padrone, sia incapace di un gesto gratuito come il dono di un capretto?

Inoltre questa rottura della fiducia nei confronti della moglie porta Tobit a vergognarsi di lei. A vergognarsi profondamente.

 

La crisi: verso una nuova identità

Nella narrazione di Tobit fondamentali sono le parole della moglie. Il narratore ce le mette davanti senza commentarle, come se fossero semplicemente le parole di una donna offesa e risentita davanti a un marito che non le crede o non le crede più.

Per noi, il fatto che la donna prenda la parola e non accetti supinamente la volontà del marito non stupisce più di tanto. Invece chi a Bujumbura sta leggendo con me il libro di Tobit prova un forte sconvolgimento. Basti pensare che la donna non osa rivolgere la parola al marito chiamandolo per nome. Inoltre, quando parla di lui, lo qualifica come umushingantahe, cioè come il saggio.

Invece Anna si rapporta al marito svolgendo una funzione completamente diversa e del tutto nuova. Nelle sue parole lei osa mettere in forse l'autenticità dello stile di Tobit: la tua solidarietà con gli altri era davvero tale o era solo di facciata? La tua giustizia era veramente giustizia? Le possibilità sono solo due: o tu non eri autentico con tuo comportamento oppure non è vero ... quello che ci hanno insegnato nel catechismo, e cioè che Dio benedice e riempie di beni quanti si comportano bene!

Le due alternative operano, entrambe, uno scossone tremendo: la prima smaschera quanto fino a un momento fa sembrava certezza, mette cioè in crisi l'immagine che Tobit aveva di se stesso. Ma la seconda non è meno sconvolgente: una immagine di Dio crolla e ne affiora un'altra decisamente meno rassicurante. E' l'immagine di un Dio davvero 'santo', ovverosia completamente diverso da quello che noi possiamo immaginare, un Dio di cui non possiamo prevedere le mosse. E' un po' il Dio del libro d'Isaia, Dio che gridava:

no, le mie vie non sono le vostre vie,

e i miei pensieri non sono i vostri pensieri (Is 55,8).

 

E qui, la crisi tra Tobit e Anna sembra aprire il cammino verso una nuova identità.

 

Quanto è difficile aprirsi

La prima parte del libro di Tobit si chiude con una preghiera. La crisi con Anna porta il protagonista maschile a guardare se stesso più in profondità.

1 Nei confronti della mia vita provavo un immenso disagio. Ho pianto. Con un profondo sospiro ho cominciato una preghiera.

2 Tu sei retto, Signore, e retto è tutto quello che tu fai. Ogni tuo cammino è un dono, è una cosa vera. Sei tu colui che raddrizza i secoli. 3 Signore, mettimi tra i tuoi ricordi. Tieni il tuo sguardo su di me. Signore, io sono nell'errore. Non so nulla, ricado nell'errore, come hanno fatto anche i miei padri. Non punirmi, Sono caduti nell'errore, e tu hai visto. 4 C'erano i tuoi precetti. Li ho rifiutati. Sono venuti a saccheggiarci. I nostri aguzzini ci hanno uccisi. Venivano dalla tua mano. E tra le nazioni dove tu ci hai disperso noi eravamo oggetto di pettegolezzo, insulti e rimproveri.

5 E ora guarda tutto quello che la tua mano potrebbe raddrizzare in me, e a ragione, in forza dei miei rifiuti. Noi abbiamo detto di no ai tuoi precetti. Non abbiamo camminato rettamente davanti a te.

6 Ora fa' di me ciò che tu vuoi. Una parola da parte tua e il soffio se ne va. Non sono più da nessuna parte sulla terra. Divento terra. Io voglio morire. Per me è meglio che vivere. Sento i loro rimproveri. Hanno torto. Ma io sto troppo male. Una parola da parte tua, Signore, e sono liberato del mio dolore. Me ne andrò là dove se ne vanno i secoli. Non allontanare il tuo volto da me, Signore. Io voglio morire. E' meglio di tutto questo peso che sono quando esisto. Almeno allora non sentirei più i loro rimproveri (3,1-6).

 

Questa è la prima preghiera che leggiamo nel libro di Tobit. In essa egli parla di rimproveri, ne parla tre volte (v. 4.6.6). E la parola sembra alludere a quanto gli abitanti di Ninive e i pagani di altre nazioni esprimono sul suo conto, critiche ingiuste e senza fondamento. Ma Tobit ignora completamente la moglie Anna e le sue parole. Però, pur senza ammetterlo, egli accoglie la prima alternativa che la moglie gli ha messo sotto gli occhi. E cosî rivede in modo nuovo la sua vita e quella della sua gente. E prende coscienza del fatto che fedeltà a Dio e infedeltà si mescolano: si mescolano nella vita della sua gente e anche nella sua vita.

Certo, Tobit, a differenza della moglie, non arriva a far cadere la vecchia teologia stando alla quale Dio ricompensa quanti fanno il bene e castiga quanti fanno il male. Non arriva a farla cadere. Anzi, resta convinto che la fine d'Israele, la sua dispersione tra le nazioni e l'esilio siano un castigo, un castigo divino per l'infedeltà del popolo. Invece lo capiscono bene i burundesi. Essi sanno che la guerra civile che li travaglia ormai da troppo tempo è il frutto amaro della separazione, del rifiuto di condividere - insieme - le risorse che la terra offre e le fatiche che la terra chiede.

Certo, a Bujumbura la vita è molto difficile, e la tentazione di abdicare, di fuggire, magari anche la tentazione di lasciarsi andare e di augurarsi la morte fa capolino, magari camuffata nel ricorso alla birra o alla droga.

Però, sempre a Bujumbura, alcuni mi hanno suggerito di invertire, nella preghiera di Tobit, i versi 5 e 6. Si, perché si potrebbe finire la preghiera mettendo alla fine il verso 5, "e ora guarda tutto quello che la tua mano potrebbe raddrizzare in me " e poi mettersi davvero, tutti insieme, a raddrizzare ...

Invece, il resto del libro di Tobit, potrebbe essere per un'altra volta. Sempre qui in Burundi[iii].

 



[i] In Burundi uno stesso nome proprio può essere portato sia da un uomo sia da una donna, da un bambino come da una bambina.

[ii] Ngagara e Kamenge sono due dei quartieri nord della capitale: il primo è un 'quartiere bene', quartiere tutsi; l'altro è uno dei quartieri più diseredati e malfamati, considerato spazio di banditi hutu.

[iii] In questo articolo le traduzioni del testo biblico sono state fatte a partire dal testo greco; ma qua e là si ispirano alla nuova traduzione francese La Bible. Paris (Bayard) 2001. Quanto al commento, stimolante è quello recente di H. SCHÜNGEL-STRAUMANN, Tobit, Freiburg (Herder) 2000.