Avvenire 13 febbraio 1994

 

HUTU ET TUTSI A SCUOLA DI AMICIZIA

 

BUJUMBURA il guardiano notturno è appostato dietro un angolo del porticato e da li controlla una intera parete del grande edificio. L'uomo non è solo; altri come lui, armati della tradizionale lancia a doppia punta, lo affiancano nelle lunghe ore di buio per difendere da ladri e vandali una istituzione che a Bujumbura, la tormentata capitale di un Burundi che non riesce a trovare pace, è diventata in breve tempo un punto di riferimento per larga parte della gioventù della città, particolarmente quella dei cosiddetti "quartieri", la sconfinata distesa di casupole e baracche che occupano la pianura a ridosso del centro urbano, quel "quartieri" dove la vita è più dura, il sostentamento è precario, la cultura è un'utopia, le possibilità di aggregazione sono zero se si escludono le chances disperate offerte dalle bande che vivono di furterelli, rapine, spaccio d'erba, prostituzione.

Cosa custodiscono gli zamu armati di lancia? Non una banca, non un emporio, e neppure la sede di un ministero, o di un partito; non è il palazzotto di un notabile locale quello che sorge a pochi passi da una casa dei Saveriani che pure, oltre a mille altre incombenze, si fanno carico anche del salario di questi uomini che vigilano tutta la notte, e poi comunque il pomeriggio dopo potranno dedicarsi a qualche altro lavoretto per arrotondare le entrate. le lance proteggono il "Centre Jeunes Kamenge", una realtà che se ancora non ci fosse bisognerebbe farla subito. Ma c'è; c'è grazie all'impegno di tre Saveriani e di due suore Dorotee, affiancati per il momento da Olivier, un volontario di Lione alto, magro e taciturno, mentre si attende di settimana in settimana l'arrivo di una volontaria di Torino. A quel punto l'organico sarà completo, il centro potrà funzionare a pieno regime, e saranno pronti anche i campi di pallacanestro e di tennis in via di realizzazione sull'area antistante, la dove grossi e rumorosi autocarri scaricano in continuazione terra, sassi, sabbia. Campi di tennis per i ragazzi di Kamenge, un quartiere che cambierà volto.

La prima impressione trae in inganno. Il centro non è, o meglio non è unicamente un luogo di ricreazione, di gioco e di sport; li si fa cultura, si impara a stare insieme, si studia e ci si prepara alla vita. Questa è la sostanza. "Vogliamo aggregare i giovani, abituarli a vivere uno accanto all'altro", dice padre Claudio Marano, il saveriano di origini friulane che più di altri probabilmente si è intestardito nella realizzazione di questa iniziativa. Partendo da zero, ricorda, e contando sull'aiuto di tutti, un aiuto che è puntualmente arrivato. Un miliardo e mezzo è costato il centro, e i soldi il hanno forniti la Conferenza episcopale italiana, la Comunità europea, gli spagnoli di Manos Unidas, i privati di molti Paesi, italiani in prima fila.

Far vivere insieme i giovani, farli conoscere. Dio solo sa di quanto bisogno di aggregazione c'è a Bujumbura, mentre gli scontri etnici continuano e la tragedla di disperazione e morte innescata dal tentativo di colpo di state del 21 ottobre 1993 non è ancora giunta all'epilogo. Nel "quartieri" di notte non c'è sicurezza. Le vendette tra hutu e tutsi, le puntate offensive dei militari, le rese di conti private fanno vittime su vittime. E' facile morire come è facile vedere la propria casa incendiata. Questo è un Paese che ha avuto forse centomila morti in poco più di una settimana, lo scorso ottobre. La vita vale poco, in Burundi.

Ma non potrà essere sempre così, c'è un tessuto sociale da ricostruire ex novo, ed è per questo che padre Claudio punta tutto sui giovani. Partendo da loro si ricostruirà; sono loro i mattoni di un futuro migliore. Purchè imparino a stare insieme, dialogando giorno dopo giorno per superare il fossato tra una etniae l'altra.

Gli iscritti ai centro, i frequentatori abituali, sono già duemila, di età compresa tra i 14 e i 30 anni, e hanno a disposizione locali di riunione, sale per i giochi, una palestra attrezzatissima che non sfigurerebbe in una metropoli europea, un vastissimo salone per proiezioni e dibattiti che la domenica diventa la cappella par la celebrazione della Messa. Poi, fiore all'occhiello del centro, c'è la biblioteca. Quando padre Claudio dice che la frequentano settecento-ottocento persone ai giorno il visitatore pensa ad uno scherzo, ma scherzo non è: in quella sala c'è la ressa, i ragazzi si contendono i posti a sedere, i libri, il materiale di documentazione con una assiduità dalla quale molti universitari italiani avrebbero qualcosa da imparare...

Tutto si spiega, naturalmente. le scuole del Burundi (scuole a regime particolare; dopo il ciclo primario l'accesso è a concorso e non e detto che la spuntino i migliori, quasi sempre il ceto sociale, la ricchezza della famiglia, l'appartenenza all'etnia dominante hanno partita vinta sul merito personale) funzionano senza libri di testo e chi ne vuole consultare uno, o vuole semplice mente leggere un brano di letteratura francese o un saggio di geografia o di scienze, deve arrangiarsi. Arrangiarsi significa di solito farne a meno. "Vengono na da noi - Spiega il missionarjo saveriano - perché in tutta la capitale altri luohi di lettura non ce ne sono. Nella noetra biblioteca possono fare i loro compiti. Ma qui possono svolgene le attività più disparate". Ne cita alcune, padre Claudio: i corsi di francese, o quelli di dattilografia e di chitarra; i cineforum; la pratica agonistica. E se non basta e rimane del tempo libero ci sono le riunioni per gruppi, per specialità, per affinità di interessi, una ventina tutte le settimane, per dare la misura della vivacità del centro.

"Metterli insieme, abituarli a vivere insieme, spiegargli che moiti problemi di convivenza si possono risolvere semplicemente parlando e conoscendosi", ripete con ostinazione Claudio, fisico massiccio, barba folta, una conoscenza del Burundi che non è epidermica dopo i lunghi anni dedicati a questo Paese bellissimo e tormentato e alla sua gente.

Molta strada resta da percorrere, ma la direzione è segnata "Noi non siamo soli lavoriamo con gente che offre il suo tempo, e lo fa gratuitamente, con passione, sia che si tratti di aiutare a fare i compiti di geografia, sia che si debbano trasmettere le prime nozioni di informatica o di musica". Parole semplici, come sanno pronunciarle i friulani doc, corne se si dicessero le cose più naturali del mondo. Parole che nella loro essenzialità svelano la dimensione vera del "Centre Jeunes Kamenge", quella di una formidabile scuola (fabbrica, si sarebbe perfino tentati di dire) di volontariato vissuto, praticato, testimoniato, insegato. Duemila iscritti sui 350 mila abitanti di Bujumbura; roba da niente, si può pensare. Ma sono i giovani, quelli che a "stare insieme" sono condannati, volenti o nolenti, se vogliono che il loro Paese esca dalla spirate dell'odio e dalla violenza. Claudio Marano, e con lui le suore, e con lui Olivier, lo sanno. "Chi viene qui, cambia. Quando ha imparato a parlare con gli altri è già cambiato".

Antonio Giorgi