Burundi 1999

E' l'esperienza, l'ultima esperienza in Burundi fatta da Renzo Petraglio. E' stato in Burundi dal 12 febbraio al 12 marzo con sua moglie e si prepara a ritornare durante le vacanze con 2 o 3 suoi studenti.

Ve la proponiamo, per una migliore comprensione della situazione.

Ciao

Claudio

 

La gente di nuovo in strada

Uscendo dall’aeroporto di Bujumbura, la prima cosa che una persona nota è la gente sulle strade. Sono donne avvolte in teli dai colori sgargianti e con le loro mercanzie sulla testa; sono uomini che hanno in spalla pali di eucalipto che servono come travi del tetto; sono marmocchi che sbucano dappertutto e ti guardano con gli occhi spalancati. Questa è la prima immagine che Bujumbura ti mette sotto gli occhi, quando in auto attraversi rapidamente i suoi quartieri e noti come la strada più importante sia stata asfaltata di fresco; vi hanno messo anche i semafori!

L’asfalto nuovo e i semafori ti stupiscono, ma a stupirti è soprattutto la gran quantità di gente in strada: fino a ieri ne vedevi poca sulle strade di Bujumbura e, se percorrevi le strade che conducono all’interno del paese, non vedevi la gente, tantissima gente in fila indiana, andare o tornare dal mercato, e non vedevi nemmeno uomini tagliar legna e trasportarla.

 

I soldati

Fino a ieri, in città ma anche fuori città nei posti più impensati, vedevi i soldati in tuta mimetica, sempre con tre caricatori legati con una cinghia al calcio del fucile. Ora invece la presenza militare si è fatta discreta, non è più ossessiva come ieri. E quando vedi un gruppo di soldati che fa ginnastica, potresti confonderli con una scolaresca: non sono in divisa e l’ordine dei ranghi non è affatto quello dell’esercito prussiano.

Anche i controlli sulle strade si sono diradati. Certo, a volte in strada ti capita di trovarti davanti – e lo vedi solo all’ultimo momento – del filo spinato: prende tre quarti della larghezza della strada. Ti basta rallentare: con due ruote sali sul marciapiede, forse c’è, lì vicino, un soldato che ti fa un cenno, rispondi al suo cenno con la mano, e vai. Altre volte, vicino al filo spinato il soldato non c’è nemmeno, chissà: forse è andato a bere una birra.

In ogni caso, fuori dall’aeroporto, in nessuna parte del Burundi mi è stato chiesto un documento d’identità e mai ho avuto l’occasione di scambiare due parole, o una frase di circostanza, con un soldato.

 

Gatumba e il ponte sulla Ruzizi

La Ruzizi è il fiume che scende da Bukavu (una zona stupenda nella parte orientale di quello che ieri era lo Zaire) e si getta nel Tanganika a due passi da Bujumbura. La Ruzizi è attraversata da un grande ponte: quando l’hai oltrepassato, hai davanti le montagne della Repubblica Democratica del Congo.

Su questo ponte lungo e stretto ci siamo passati di sera, per andare a Gatumba, là dove fino a pochi mesi fa c’erano più di 100.000 rifugiati: erano in territorio burundese ma a due passi dal confine. In caso di pericolo avrebbero potuto nascondersi in Congo. Ma anche i Congolesi, minacciati dai Banyamulenge che vogliono il potere con Kabila o anche senza di lui, potevano passare il confine e cercare riparo a Gatumba. Oltre ai rifugiati, a Gatumba i Burundesi avevano riunito anche un’enorme quantità di mucche. Sì, perché le mucche burundesi, che sono il fiore all’occhiello dei tutsi, potevano essere rubate, uccise e mangiate dagli hutu: quindi era meglio radunarle e tenerle sotto controllo.

Nell’andare, quando siamo transitati sul ponte, i soldati non ci hanno nemmeno guardato.

Dopo il ponte ci siamo fermati là dove c’erano i campi dei rifugiati. I campi sono stati smontati e gran parte dei rifugiati non si vede più: alcuni sono rientrati nelle loro case, altri hanno cercato una sistemazione altrove. Anche la presenza delle mucche non è più così imponente. Oggi, là dove prima c’erano i campi per i rifugiati, ci sono campi di riso, parzialmente allagati dalla pioggia, dalla Ruzizi e dal Tanganika. Certo, il riso viene bene, ma anche la malaria prospera tra gli acquitrini.

A Gatumba ci siamo fermati in un ristorante. Il nostro accompagnatore, Laurent, ha un amico a Gatumba. L’amico e la sua famiglia ci hanno festeggiato, invitandoci a bere la birra e a mangiare un cosciotto di capra alla brace, con contorno di banane. Vengono con una brocca d’acqua, prima e dopo il pasto, così che tu ti possa lavare le mani; mangi da un unico piatto e intanto parli di mille cose, seduto su casse di birra vuote, e apprezzi l’ospitalità.

Nel ritorno, bisognava ancora attraversare il ponte. Ma ormai era notte, la notte africana, che non è rischiarata nemmeno da un leggero baluginare. E passando sul ponte abbiamo dovuto spegnere i fari dell’auto; sì, perché i soldati non vogliono che i fari illuminino la loro postazione: se lo facessi - ci è stato detto - potrebbero spararti.

 

In casa del vescovo Simone

Oltre alla rapida visita di Gatumba, abbiamo avuto l’occasione di passare una settimana a Gitega, ospiti dell’arcivescovo Simone.

La cucina dell’arcivescovado mi ha ricondotto all’infanzia. Anche nelle nostre valli il fumo del camino anneriva le pareti, e i piatti cucinati sulla fiamma viva hanno un sapore antico, ti risveglia ricordi, ti riporta alle cose schiette della vita.

Inoltre, la casa del vescovo è un porto di mare: vi trovi il vescovo attuale e quello in pensione, preti e suore, religiosi e laici, uomini e donne, bianchi e neri, etnie mescolate. Lì, ti senti accolto, nutrito con un piatto di minestra fumante; lì ognuno incontra persone nuove: in kirundi, in francese o in italiano si scambiano esperienze e speranze e trepidazione. Poi, alla fine del pasti, ti può anche capitare di assistere a un canto, o di partecipare a una danza improvvisata.

E un giorno per settimana il vescovo non si prende impegni: è a disposizione dei preti; e un altro giorno è per coloro che, uomini e donne, vogliono andare dal vescovo perché hanno bisogno di confidarsi, di raccontare a qualcuno le proprie tristezze, e soprattutto hanno bisogno di ritrovare coraggio.

Dentro di me ho pensato che se le curie d’Occidente somigliassero un po’ di più a quella di Gitega, forse avremmo qualche suicidio in meno, anche tra i preti.

 

Gli orfani di Gitega

A Gitega erano previsti incontri biblici su Genesi 32-33: il racconto della riconciliazione tra Giacobbe ed Esaù: la paura nei confronti del fratello, poi l’abbraccio e la riconciliazione, riconciliazione che è anche restituzione, al fratello, della benedizione rubata, carpita mediante inganno e ricatto. Ed era bello, a Gitega, vedere uomini e donne interrogarsi su che senso questo antico racconto può avere per il Burundi di oggi, dopo anni di violenze. Su questa stessa pagina biblica anche i ragazzi di scuola hanno discusso un pomeriggio intero, tre ore senza fare nemmeno una pausa.

Ma soprattutto, a Gitega, ho incontrato vedovi e vedove che si impegnano per orfani e orfanelle.

Il problema degli orfani ha dimensioni enormi in un paese dove la guerra ha falciato numerosissime vite e dove l’aids si diffonde inarrestabile. Ebbene, donne vedove e tutt’altro che benestanti raccolgono in casa loro orfani di famiglie diverse e condividono con loro le fatiche della vita quotidiana e la tenerezza di una famiglia ritrovata. Così, sempre a Gitega, ho conosciuto Gertrude, una donna il cui primo marito è stato ucciso in guerra e il secondo è stato portato via da un cancro al fegato, ha raccolto in casa sua un gruppetto di orfani. Poi una mattina, recandosi a lavorare al dispensario, sulla strada ha sentito un rumore strano. Insospettita, si è fermata e ha visto - a due passi dalla strada - una ragazza che aveva appena partorito. Si è occupata della madre e della neonata, le ha portate al dispensario, le ha curate. Poi, siccome la ragazza è una ragazza-madre e in casa è rifiutata, l’ha ospitata in casa sua, la ragazza adolescente e la sua bambina che è stata chiamata Lumière, "Luce". Gertrude mi ha detto, ma senza sottolineare la cosa: "Lumière e la sua mamma non sono della mia etnia, ma questo non ha nessuna importanza".

Ho incontrato anche altri orfani e orfanelle. Vedere questi bambini e queste bambine cui è stata negata la serenità e la spensieratezza dell’infanzia è una cosa che ti lavora dentro. E quando vedi che qualcuno - pur con mezzi poverissimi - si occupa di loro, ti senti incoraggiato.

 

Gli squilibri di Bujumbura

Ho passato una sera a Gatumba e una settimana a Gitega; ma la maggior parte del tempo sono rimasto a Bujumbura.

Percorrere Bujumbura è un’esperienza lacerante. Passi dal quartiere di Kamenge, dove molte sono ancora le case distrutte, al campo dei déplacés. Qui, sotto le tende, vivono persone che hanno un appezzamento nel quartiere, ma nel loro quartiere non possono viverci. E poi senti dire che l’amministrazione cittadina vorrebbe assegnare le parcelle del quartiere a nuovi proprietari perché gli antichi proprietari … sarebbero scomparsi!

Esci dal quartiere, attraversi i campi dei déplacés, e un momento dopo ti trovi in collina, appena sotto l’università. Qui le case sono ville e palazzi con vista sul lago; attorno hanno dei parchi che sembrano giardini botanici per la varietà di piante e per come sono tenuti; sono protetti da alti muri, e solo dall’alto, dal monumento dell’Unità, vedi tutto questo ben di Dio trasformato in ben degli uomini, anzi in bene di alcuni. Certo, il monumento dell’Unità simboleggia l’unità di destini per tutti i Burundesi. Eppure, appena sotto, quest’unità è smentita: non ci sono pari opportunità, per chi vive in un quartiere o nell’altro!

Il Centre Jeunes

A Bujumbura tutti sanno che cos’è il Centre Jeunes Kamenge. E’ un Centro voluto, all’inizio degli anni novanta, da Simone che allora era vescovo di Bujumbura e poi è stato trasferito a Gitega, promosso ad arcivescovo.

Kamenge è uno dei quartieri nord della capitale. Aveva fama di essere un quartiere di banditi. Molte persone degli altri quartieri non avevano mai messo piede a Kamenge. E Simone l’ha affidato a un gruppo di missionari saveriani italiani. Dietro la realizzazione di questo Centro c’era un’idea semplice e concreta: quelli di Kamenge, che si sentono banditi da tutti, devono rendersi conto che qualcuno si occupa di loro: Dio, certo, ma anche gli uomini, uomini in carne ed ossa.

E quando a Kamenge si è cominciato a costruire il Centro, i giovani si sono accorti che anche loro contavano, che qualcuno si occupava veramente di loro.

Ma poi c’è stata la guerra, e il quartiere è stato svuotato più volte. Ed è a questo punto che altri giovani, degli altri tre quartieri nord della capitale, hanno osato frequentare il Centro.

Ora il Centro è un faro e un motore per gran parte dei giovani dei quartieri nord, per quelli che sono tornati a vivere a Kamenge, e per altri che abitano più lontano. Qui vedi ragazzi e ragazze che vivono insieme: partecipano allo stesso corso di taglio e cucito, allo stesso corso di informatica, vanno allo stesso corso biblico, giocano insieme sul campo di calcio, oppure a calcetto nella sala giochi. Stanno insieme e scoprono che l’altro non è necessariamente una minaccia. L’altro, nella sua diversità di etnia, ci cultura, di collocazione sociale o di nazionalità, può essere una ricchezza per me, e la diversità va accarezzata, come nell’incontro tra un uomo e una donna.

 

La diversità accarezzata

Il Centre Jeunes, che adesso ha più di dodicimila iscritti, non è e non vuole essere un’isola di felicità. Il Centro vuole piuttosto essere fermento.

Chi viene al Centro e scopre che la diversità è una ricchezza a sera torna nel suo quartiere, e fa fatica a stare nella logica del quartiere, logica che è quella del "quartiere etnicamente pulito". Chi viene al Centro ha amici e amiche fuori del quartiere: è per questo che mette in crisi la logica del quartiere. Qualche volta lo dice con una manifestazione sulle strade, ma soprattutto lo dice quando provoca un cambiamento di stile nel quartiere.

E in questi mesi si assiste a un cambiamento di mentalità nell’amministrazione dei quartieri: si comincia a superare la mentalità del ghetto, a superare gli steccati imposti dalla guerra e dall’ideologia della guerra. Spesso la guerra è stata presentata come guerra etnica, guerra tra hutu e tutsi, guerra della maggioranza hutu contro la minoranza tutsi. Spesso si è parlato di genocidari e di ideologia genocidaria. Ma oggi i ragazzi constatano come queste etichette siano arbitrarie e deformanti; anche nei quartieri le cose stanno cambiando.

Il Centre jeunes propone delle serate nei quartieri: in esse il tema è "Educazione alla convivialità". E gli adulti del quartiere, dopo una giornata di lavoro, passano la serata a discutere su questo tema, ad interrogarsi su quanto fino a ieri era una cosa ovvia ma che oggi appare come un preconcetto infondato.

La serata avviene in aule scolastiche che lasciano a desiderare: il gesso per scrivere sulla lavagna è una rarità, le sedie possono anche essere sgangherate e per la luce bisogna far ricorso a dei cavi di fortuna. Eppure la gente sta lì, e quando tu pensi che sia il momento di terminare, la discussione rinasce. Alla fine chiedono che altre serate vengano organizzate per continuare la discussione.

 

Due parole … per riprendere la speranza

Se dovessi tirare le somme della mia esperienza burundese (dal 93 fino a oggi), potrei dire così: per scatenare la violenza basta poco. Però basta poco anche per far nascere uno stile positivo, costruttivo, aperto.

Ad esempio, ho visto delle donne che, sentendosi incoraggiate, hanno osato impegnarsi per la formazione di altre donne e per l’alfabetizzazione del quartiere. Così, mentre vicino si sparava ancora, le donne si impegnavano già per ricostruire il paese.

L’hanno scorso al Centro ho conosciuto una ragazza: lavorava in un’associazione del suo quartiere. Poi, quando il Centro ha organizzato un seminario per le associazioni, è venuta al seminario. Era la prima volta che usciva dal suo quartiere dopo l’inizio dei disordini!

Aveva partorito in un campo profughi e il suo compagno è stato ucciso. Poi è tornata nel quartiere dove è rimasta rintanata, senza più uscire, senza la protezione di un uomo, e prigioniera della paura. Solo in occasione del seminario ha osato uscire, ed è stata felice. E da allora, così mi ha detto qualche settimana fa, ha cominciato a uscire altre volte, con altre amiche. Un giorno ha osato perfino uscire con il suo bambino: voleva farmelo vedere. Le ha dato il nome Lachaï-Roi, che è un nome di speranza, è il nome creato da una donna, la schiava di Abramo (Genesi 16,14), quando si è accorta che Dio non l’aveva abbandonata.

Per questa donna burundese è bastato un invito a partecipare al seminario ed è uscita di casa: ha infranto la paura, le si è aperto davanti un nuovo avvenire, sotto il segno della fiducia.

E anch’io, tornando a casa dal Burundi, mi sono trovato incoraggiato.

In Burundi ho portato qualcosa, e un po’ di me stesso. Ma ho ricevuto molto di più: la speranza, una speranza da non chiudere nel cassetto, da non tenere gelosamente per me, una speranza da condividere con quanti e quante fanno fatica come la donna della Bibbia.