Depliant del Centro

Un Cantiere per la pace

Kamenge, quarantamila abitanti, è un quartiere difficile. Un quartiere che gode di questa fama viene isolato e lasciato a se stesso, buono solo per mandarci i soldati. O i missionari.

Un quartiere per soldati o missionari

E ci sono arrivati davvero, i soldati. Ma prima sono arrivati i missionari, ed è stata un'intuizione di Simon Ntamwana, il vescovo di Bujumbura. Simon ha chiesto ai Saveriani di costruire un Centro per i giovani. E così, un quartiere che Si sentiva dimenticato ha visto persone prendersi cura della sua gente, ha visto nascere un Centro dove ci possano andare ragazzi e ragazze. E andare al Centro e essere iscritti è diventato qualcosa di importante. So di ragazzi che hanno staccato la loro foto dalla carta di identità e l'hanno presentata per avere la carta di iscritti al Centro. Si, la carta che attesta che io sono iscritto al Centro è più importante della mia carta d'identità. Mi dà un'identità nuova è un modo con il quale io mi affermo e mi realizzo.

Uno spazio plurietnico

Il Centro è spazio plurietnico e pluriculturale. Plurietnico, é frequentato da hutu e da tutsi, da burundesi, zairesi e rwandesi. Ma è anche spazio pluriculturale e qui la parola cultura va presa nella sua accezione più larga. Ho visto persone di alta scolarizzazione e altre che hanno poca dimestichezza con l'alfabeto e preferiscono i fumetti: il supporto delle immagini permette loro di percorrere l'alfabeto e di correggere la cattiva lettura di una parola o di una frase. Altri vengono per vedere film e per discuterli.

AI Centro ho "incontrato" anche dei soldati. Sylvestre, il terzo presidente del Burundi democratico, ha voluto che i soldati stiano al Centro ventiquattr'ore su ventiquattro, per convivere con i ragazzi, parlare e giocare con loro, stesse emozioni e stesse paure, oltre alla nostalgia di casa.

Quando parlo del Centro come spazio pluriculturale, penso alla cultura cittadina e a quella delle colline, ma penso anche alla cultura religiosa. Ho incontrato cattolici, protestanti di mille denominazioni, musulmani e alcuni ragazzi che nutrono simpatia per l'islam, tormentati per la chiusura che caratterizza cristianesimo e mondo islamico.

Ho lavorato per settimane con persone che volevano lasciarsi mettere in questione dalla Bibbia, ragazzi scossi da pagine violente, affascinati da un testo che suggerisce di essere creativi e vincere il male con il bene. Ricordo il giorno in cui ho parlato con un tutsi rwandese. Suo padre è morto. La mamma vive in Zaire e ora le fanno ponti d'oro perché torni in Rwanda. Li riceverebbe la casa e le terre di qualche hutu. E lei, la madre, chiede un parere al figlio, il figlio maschio. Ma a lui il progetto di tornare in Rwanda pare scorretto, eticamente inaccettabile: com'è possibile installarsi nella casa di una persona che ha dovuto fuggire per gli orrori della guerra?

Beati i costruttori di pace

Già per il fatto di esistere, il Centro è un cantiere di pace. Permette di sperimentare che la diversità può essere un valore, sorgente di ricchezza inaspettata. Quando poli giovani vengono stimolati a prendere coscienza delle loro potenzialità come promotori di pace e di riconciliazione, il Centro si trasforma in cantiere aperto, per una costruzione difficile, ricca di imprevisti, ma affascinante. Un incoraggiamento per il Burundi e non solo. Anche per il nord del pianeta.

Renzo Petraglio