Due parole su Centre Jeunes Kamenge

"Tu", Quaderno n° 2 del Centre Jeunes Kamenge, settembre 1999

Centro e crocevia

Il Centre Jeunes non è al centro della città. E’ alla periferia. Vi si affacciano i quartieri nord della capitale, Kamenge e Cibitoke, Kinama e Ngagara. E già questa semplice collocazione è importante. Non è un nido caldo e rassicurante, è crocevia, dove ti capita di incontrare le persone più diverse. Ed è, il Centro, presenza tra gli emarginati.

Gioco multicolore

Il Centre Jeunes è spazio multicolore. Anche nei momenti in cui Bujumbura era maggiormente tentata dalla pulizia etnica - quartieri tutsi e quartieri hutu ben separati - il Centro era lì a proporre ai giovani di vivere insieme, di svolgere insieme le stesse attività. Sì, perché è solo attraverso il contatto personale che io scopro una cosa inaudita: che la differenza può essere una ricchezza, una ricchezza che ci fa crescere entrambi e che ci apre, entrambi, al futuro. E al Centro quest’esperienza è possibile ogni giorno, sette giorni su sette: basta partecipare insieme a un corso di francese o di informatica, a un corso di cucito o a un seminario biblico, basta sedersi insieme a vedere un film o giocare insieme sul campo di calcio o pallavolo, o partecipare a una liturgia a più voci.

Spazio di profeti e profetesse

Infine il Centro è spazio di profeti e profetesse. Non è forse profezia e anticipo di un mondo nuovo lo stile di colui o colei che mette a disposizione di altri quanto la vita gli ha regalato? Proprio questo fanno gli animatori. C’è chi ha conoscenze sportive, ed ecco che decide di impegnare qualche ora del suo tempo, di settimana in settimana, per altri giovani. Qualcosa di simile vale per la dattilografia, per il canto, e per altri settori della vita. Tutto ciò è gratuità, anticipa un futuro diverso, tutto da inventare.

Tra i doni che aprono al futuro c’è anche quello di confortare, di incoraggiare. Sì, perché il futuro spesso sembra lontanissimo, quasi irraggiungibile, e allora ci vuole chi ti incoraggi. Già i cristiani di Colosse ne sentivano il bisogno e l’apostolo manda loro un missionario dal nome poco noto: Tichico (Col. 4,8).

Anche il Centre Jeunes ha bisogno dei suoi profeti, profeti che incoraggiano, che confortano. E chi ha questo dono costruisce il futuro. Ed è quanto ha fatto Victor fino al 17 luglio del 94, fino a quella domenica mattina quando è morto durante la messa, tenendo l’omelia. Oggi, a cinque anni di distanza, si vede bene quanto Victor abbia contribuito a creare il futuro, uno stile diverso presso coloro che frequentano il Centro. L’appellativo "Kaka Victor", appellativo familiare e rispettoso con il quale i giovani si rivolgevano a questo saveriano, uno dei tre iniziatori del Centro, non fa che ribadire quanto Victor rappresentasse per i giovani.

Tra profeti e profetesse c’è anche Anatolie. Questa giovane suora burundese che è morta di cancro il 26 luglio del 96, era convinta di non avere nessun carisma. Anche un mese prima di morire mi diceva: "al Centro non ho fatto nulla di speciale". Eppure la presenza di Anatolie al Centro mentre attorno si sparava, la sua disponibilità a parlare con i giovani e anche con quei soldati che erano stati messi "a guardia" del Centro, sono una testimonianza forte nella storia del Centre Jeunes.

Anch’io la ricordo con immensa tenerezza. Come dimenticare quella sera di febbraio del 94? Fuori sparavano. E insieme ci siamo rifugiati dietro una colonna condividendo insieme un momento, breve e smisurato, di paura. Presenza discreta, compagnia delicata quella di Anatolie. "E’ stata protettrice di molti" - scriveva Paolo parlando di una donna - "e anche di me" (Rom 16,2).

Ricco, è il Centro, di profeti e profetesse. Sono donne e uomini in carne e ossa. Ma qui non li menziono. Li incontrerò personalmente tra un mese, recandomi laggiù. Intanto mi limito a dire, un po’ come Paolo ai Tessalonicesi, "privati per un momento della vostra compagnia, del vostro volto ma non del vostro cuore, noi sentiamo vivo e forte il desiderio di rivedere i vostri volti" (1 Tess 2,17).

Renzo

 

 

 

Centro Giovani Kamenge: il futuro, oggi.

Parlare del Centro Giovani Kamenge vuol dire parlare di un sogno, e quando si parla di sogni non è facile farsi capire da tutti. Il rischio è quello di essere presi per degli idealisti o degli ingenui. Cercherò dunque, cari amici, di spiegarvi cosa sia un sogno, un sogno di pace, di dialogo, di fraternità, di condivisione.

Il Centro Giovani Kamenge è nato proprio prima della crisi, la guerra civile burundese. E' nato per "abituare i giovani dei Quartieri Nord della città a vivere assieme, nel rispetto reciproco". Questi giovani che non sono tutti della stessa etnia, provengono da regioni diverse del Paese, sono addirittura originari di Paesi diversi. Ognuno si presenta ricco della propria religione, della propria situazione sociale e del proprio credo politico. Il Centro diventa così un luogo di incontro dove, nei momenti liberi, si viene a fare qualche cosa, per imparare qualche cosa, per vivere diversamente.

Come realizziamo noi tutto questo?

Il punto di partenza è il fare partecipare i giovani a delle attività di gruppo. Ci sono delle attività sportive, di sostegno scolastico, delle attività culturali, musicali, di riflessione, interreligiose, proiezione e discussione di audiovisivi, attività legate a delle "professioni cittadine". Un giovane vuol fare un'attività sportiva? Venendo farla al Centro, sa che non la farà solamente con i suoi amici del quartiere, ma che si ritroverà a giocare con dei giovani provenienti da tutti i quartieri Nord. Dopo un certo tempo, questi giovani avranno imparato, grazie allo sport, a conoscersi, a apprezzarsi e saranno diventati degli amici. In definitiva i giovani (ragazzi e ragazze), praticando una qualsiasi attività, fanno un'esperienza di gruppo che insegna loro a vivere assieme, a rispettarsi, a condividere le loro esperienze. Questi giovani sono il sogno del Centro Giovani Kamenge.

In settembre 1993 erano 2.500. Oggi sono 12.150. Prima erano tra i 100 e i 150 i giovani che frequentavano il Centro ogni giorno. Oggi, secondo un'inchiesta realizzata all'inizio del mese di febbraio, sono circa 700 i giovani che vengono ogni giorno, e circa 4.500 quelli che vengono durante una settimana di attività normali. E' bene segnalare a proposito che in occasione di iniziative particolari come tornei, manifestazioni, spettacoli, ci sono fino a tre o quattro mila giovani che vengono in una sola giornata. Ecco il nostro sogno!

Il futuro del Burundi è questo. Vivere insieme, rispettarsi, sognare un Burundi diverso perché ciò è bello e che questo arricchisce tutti.

I giovani vengono al Centro, si iscrivono al Centro e partecipano alle attività del Centro. Non si domanda loro nient'altro che di rispettare gli altri. L'iscrizione non "costa" loro che due foto tessera, avere tra 14 e 30 anni e venire a iscriversi con un documento di identità. Il resto è l'esperienza di ogni giorno, una scoperta di ogni giorno.

Noi tutti qui al Centro, abbiamo davanti agli occhi i momenti belli e meno belli vissuti in questi ultimi anni. Noi viviamo in mezzo, voglio dire "fisicamente" in mezzo alle quattro Zone dei Quartieri Nord. Di queste Zone, durante la crisi, due e mezzo sono state completamente distrutte, e non ci sono statistiche ufficiali che testimonino delle migliaia di morti che ci sono stati a causa della guerra. Noi non siamo mai fuggiti dal Centro e abbiamo visto, abbiamo vissuto questi momenti così difficili.

Abbiamo avuto a subire degli attacchi, dei saccheggi. Ci hanno sparato addosso, ci hanno lanciato delle granate. Ci hanno minacciato per telefono, per scritto, fisicamente… Il Centro a vissuto dei momenti molto difficili, è stato chiuso a più riprese, più volte è stato "prestato" per dei servizi d'ordine umanitario nei quartieri. Ci è successo di dover accogliere una qualche decina di giovani per la notte, perché non potevano rientrare a casa perché fuori si combatteva. E il più bello di quei momenti, era di vederci là, stranieri, tutsi, hutu, tutti insieme, a condividere queste difficoltà, a condividere le nostre paure con tanta serenità e di unità, mentre fuori ci si uccideva perché diversi.

Tutte queste esperienze ci hanno reso forti, saggi, dialoganti, sognatori!

L'esperienza che i giovani fanno al Centro, la gioia di vivere che essi provano, non può naturalmente fermarsi alle porte stesse del Centro, ma scoppia e si espande come una macchia d'olio. In effetti i giovani che escono dal Centro, sono diventati dei punti di riferimento, degli animatori di pace e di dialogo nei quartieri, nelle scuole, sui luoghi di lavoro, le famiglie, al punto che le Amministrazioni, le Associazioni, le Comunità religiose dei quartieri, sono venuti al Centro per domandarci di aiutarli a ricominciare a vivere, a preparare la pace. E allora, insieme, abbiamo cominciato questa nuova esperienza: riportare i Quartieri Nord alla vita d'insieme, alla festa.

Abbiamo lavorato a più riprese con l'Amministrazione, a dei progetti di ricostruzione che hanno interessato le quattro Zone. Sempre insieme abbiamo realizzato dei progetti umanitari, sanitari, …, toccando sempre le quattro Zone. Abbiamo invitato anche altri a lavorare con questa metodologie. Abbiamo anche inserito 4 animatori, uno per zona, che lavorano a tempo pieno con tutti nella realizzazione di azioni di coabitazione, per insegnare di nuovo a tutti che è bello vivere insieme, per lavorare con i giovani che non vengono al Centro, organizzando dei tornei, delle manifestazioni sportive e culturali, degli spettacoli, ecc… Con 57 Associazioni dei Quartieri Nord lavoriamo da ormai due anni per imparare a condividere le nostre proprie esperienze, a diventare delle vere associazioni inter-quartiere, a diventare società civile. Si arriverà forse un giorno a creare un Collettivo delle Associazioni dei Quartieri Nord e questo attraverso degli incontri regolari, dei seminari, sfruttando delle occasioni di condivisione, di realizzazione concreta di progetti.

Con le comunità religiose, protestanti, cattoliche, musulmane, abbiamo pregato e riflettuto insieme per la pace, il dialogo, la fraternità, i Diritti dell'Uomo.

 

I giovani dei quartieri Nord hanno dei grossi problemi per quanto riguarda la sopravvivenza e il futuro, e questo specialmente a causa della guerra civile. Tutto questo è reso ancora più complesso dai problemi di alcoolismo, di droga, di banditismo, di convivenza, di prostituzione, di mancanza di lavoro, che sono dei problemi tipici delle nostre città africane. Al Centro si propone ai giovani di crescere assieme, di imparare il rispetto reciproco, di rallegrarsi delle differenze, delle diversità culturali, di pensiero, di vita. Essi esperimentano il dialogo, l'arricchimento individuale, la ricerca della verità, grazie alle numerose fonti d'informazione (stampa, libri, audiovisivi, …) che si mette a loro disposizione.

Essi imparano anche a condividere e a dare une parte del loro tempo agli altri. Tutti gli animatori sono benevoli. Questo perché chi si rende conto di avere delle possibilità e che vuole condividerle e comunicarle agli altri, può farlo, ma gratuitamente. Ai giovani si domandano spesso dei servizi non retribuiti: gesti di comunione, fare delle cose assieme, mettere a disposizione le proprie capacità, aiutare a preparare le feste, organizzare degli spettacoli, dei teatri, dei dibattiti, partecipare alla preparazione del materiale che è regolarmente messo alla disposizione di tutti.

Tutto questo aiuta il giovane a diventare responsabile, a costruirsi come essere sociale, che è capace di rispettare e difendere i luoghi dove passa parte del suo tempo, che è capace di controllare le sue reazioni. Si impara insieme a considerare il Centro come qualche cosa che "mi appartiene", che bisogna salvaguardare meglio che si può, perché è un dono fatto a tutti.

I lavori in gruppo, le assemblee, le discussioni, le occasioni di condivisione aiutano il giovane a diventare grande. Egli può così rientrare a casa sua più ricco in umanità, capace di condivisione e di rispetto. Capace di far "scoppiare" la pace intorno a lui. Il giovane, ragazzo o ragazza, al Centro esperimentano la vita in una società di giustizia, di pace, di condivisione. Essi saranno l'uomo e la donna di domani, capaci di entrare a far parte della società in un modo diverso. La loro società non sarà più solo la società dei "diritti", ma la società dei "diritti e dei doveri", meglio ancora, una società della festa, perché hanno sperimentato la bellezza del vivere insieme. Questi giovani sono i medici, gli insegnanti, i politici, i militari, i preti, gli operai, gli agricoltori, gli uomini e le donne di domani, sono il nuovo Burundi del quale tutti sognano. Un Burundi nel quale è bello vivere.

Eccolo il sogno del Centro Giovani Kamenge. Noi siamo convinti che un luogo educativo non è un luogo nel quale si impara in modo "cerebrale", teorico, ma un luogo nel quale si esperimenta, si vive.

E' bello il sentire coloro che vengono renderci visita, e tra loro degli stranieri, dei rappresentanti delle ONG e delle Associazioni Internazionali, dei giornalisti, dei religiosi, dirci che vengono al Centro per vedere se c'è ancora un posto, in Burundi, nel quale si viva insieme, per chiedere se è ancora possibile sperare che il Burundi possa ritrovare la pace e se c'è ancora qualcuno che creda alla pace. E è bello vederli ripartire senza che queste domande non siano neanche state formulate in maniera chiara, perché hanno scoperto che al Centro si vive normalmente insieme, che si può lavorare e sperare nella pace per il Paese, perché i giovani ci credono e lavorano perché venga.

A volte ancora sono dei genitori che vengono a vedere quello che i loro figli stanno facendo al Centro. Non sono infatti sempre d'accordo perché il loro figlio frequenti il Centro, e questo a causa dei pregiudizi e della mancanza di informazione. E è bello vedere come si meravigliano nello scoprire un luogo che essi stessi non immaginavano, un luogo dove si costruisce un futuro, dove si sogna ad occhi aperti.

Ministri, politici, responsabili del Paese vengono riprendere forza e coraggio per sperare, almeno per un po', che i loro sforzi porteranno dei buoni frutti, perché al Centro quei valori li si vive già.

La condivisione, il dialogo, il rispetto, sono delle realtà possibili anche in un Burundi provato da mille difficoltà e da mille storie di divisione e di morte, reso malconcio da una guerra civile che dopo ormai sei anni lascia dietro di se un numero elevato di vittime, svenato da dei politicastri e dei personaggi stravaganti che, ancora oggi, discutono tra loro per sapere quello che verrà nelle loro tasche con la pace, piuttosto che di pensare alla vita dei burundesi, al futuro dei giovani di questo Paese.

Testo dell'intervento fatto alla conferenza Internazionale sul Ruolo dell'Educazione nella Promozione di una Cultura di convivialità e nell'edificazione delle Comunità. Bujumbura 23/02/99.

 

 

Il Centre Jeunes Kamenge visto da un biblista

Per parlare del Centre Jeunes Kamenge comincerò da lontano, da un salmo che si legge di raro, il salmo 87. L’artista cui dobbiamo questa piccola composizione ci suggerisce l’immagine di uno scrivano archivista: lo scrivano sta stendendo brevi note sulla storia della città e ne elabora un censimento molto sintetico.

L’inizio è ex abrupto: " L'ha fondata su un monte santo". Nella sua annotazione lo scrivano dà per scontato che il soggetto è Dio, mentre il pronome femminile non può che riferirsi a Gerusalemme.

Dopo questo inizio, che evoca un tempo lontano, originario e fondamentale, il nostro scrivano si ferma un attimo a parlare di Dio: "Il Signore preferisce le porte di Sion", le porte della città, la periferia, luogo di incontro e di scambi, crocevia, viavai di gente, non uno spazio chiuso o un nido protettivo.

Nelle parole successive ecco un proclama pubblico, una notificazione magnifica e solenne. Ora lo scrivano menziona le parole stesse di Dio: lo spazio in questione, spazio prediletto da Dio, è spazio aperto all’Egitto e a Babilonia, è punto di riferimento per popoli vicini e lontani: i Filistei, gli abitanti di Tiro, le popolazioni del sud del Nilo, la Nubia. Ogni ragazzo e ogni ragazza di queste terre, stando a questa registrazione di Dio, è figlio o figlia di Gerusalemme; di ciascuna e di ciascuno si deve dire: "è nato là".

E alla fine di questo breve poema Dio stesso si trasforma in scrivano; egli riconosce la validità di quanto è stato affermato; perciò egli conferma le parole di quanti celebrano il pluralismo cittadino e la sua fisionomia multiculturale. E’ Dio stesso a scrivere nel registro dei popoli: "Questi è nato là".

E il salmo si conclude con una danza, danza che esprime - nel corpo e nelle voci di ragazzi e ragazze - questo stesso pluralismo: "E danzando canteranno: "Tutte le mie fonti sono in te".

Proviamo a leggere per intero questa breve lirica biblica:

1 L'ha fondata su un monte santo.

2 Il Signore preferisce le porte di Sion

a tutte le dimore di Giacobbe.

3 Qual glorioso proclama per te,

Città di Dio!

4 Censirò Egitto e Babilonia

tra quelli che mi riconoscono;

Filistei, Tirii e Nubiani

sono nati là.

5 Di Sion si dirà: "Uno per uno

sono nati là".

L'Altissimo in persona l'ha fondata.

6 Il Signore scriverà nel registro dei popoli:

Questi è nato là.

7 E danzando canteranno:

"Tutte le mie fonti sono in te".

[Salmo 87]

Con questo salmo credo che sia già stato detto l’essenziale sul Centre Jeunes Kamenge.

 

Renzo Petraglio