Epoca, 28 maggio 1995
MISSIONE AFRICA
Immaginate un Paese spietato come il Sudafrica dell'apartheid, feroce corne la Somalia delle bande armate, martoriato dalla pulizia etnica corne il Ruanda... Questo Paese che raccoglie tuttti gli orrori dell'Africa esiste. si chiama Burundi. Grande come la Sicilia, è nel cuore del continente, a sud del Ruanda. Anche qui, a dare il via alle ostilità è stato il conflitto tra le etnie hutu e tutsi: in un anno e mezzo ha provocato quasi mezzo milione di vittime. Una tragedia consumata fra l'indifferenza dell'opinione pubblica internazionale, di cui Epoca ha voluto essere testimone.
Abbiamo girato fra case bruciate e profughi in fuga, abbiamo attraversato villaggi abbandonati diventati territorio di conquista degli sciacalli, abbiamo respirato la tensione che incombe su queste luminose colline dove succede di tutto e non si vede niente, abbiamo intravisto fantasmi umani scappare terrorizzati di fronte a un'auto, la nostra, che credevano carica di militari... Ma in mezzo a tanti orrori, abbiamo trovato anche una inaspettata umanità, schiva e riservata, nemica di clamori e trionfalismi: l'umanità dei missionari italiani. Uomini molto lontani dai cliché. Uomini in jeans e T-shirt colorate, che ogni giorno rischiano la propria vita per stare vicino a chi soffre, per portare cibo a chi ha fame, per denunciare chi commette i massacri... I "veri eroi della tragedia del Ruanda", li ha definiti il console italiano a Kigali, Pierantonio Costa I "veri eroi" anche della tragedia del Burundi.
Il prete Rambo. Sbarcati nella capitale Bujumbura da due aerei cargo stipati di aiuti mandati dal ministero degli Esteri italiano, abbiamo attraversato il Burundi. Da un capo all'altro, più volte. A bordo del camion ai padre Bepi De Cillia, 59 anni, friulano di Plasencis, missionario saveriano in Burundi dal 1964, espulso due volte perché "indesiderato".
All'ambasciata del Belgio, padre Bepi lo chiamano "il prete Rambo". e ne hanno motivo. Il camion su cui stiamo per salire per il primo dei nostri viaggi attraverso il Burundi è carico di aiuti destinati alle tre suore olandesi che gestiscono un centro per handicappati a Muyinga, 200 chilometri a nord-est della capitale. Due settimane fa, tre camion dell'ambasciata del Belgio con 30 tonnellate di viveri da portare alle suore sono stati completamente svuotati da una banda di rapinatori. Di tornare li, gli autisti non ne vogliono sapere. Ma padre Bepi ci va.
A Gashoho incontriamo un posto di blocco. È segnato da una corda rivestita di stracci. Padre Bepi, ai volante del suo camion Toyota Dina stipato di cibo e medicine, si ferma. Un soldato si avvicina barcollando. è ubriaco fradicio. Tiene in mano una bottiglia di Primus, la birra burundese. è sulle spalle ha un fucile. Il soldato chiede da bere:
"Bottiglie? Mmmhhhh...". Bepi scuote la testa. "Da me non ne riceverai mai, ragazzino". Il soldato si inalbera: "Allora tira giù un po' di roba". L'ordine viene da un soldato ubriaco e armato, ma Bepi non batte ciglio. "Neanche per sogno...", dice con tono perentorio. "Questa roba è per i poveri. e ai poveri deve arrivare". A sorpresa, il soldato indietreggia. Borbotta qualcosa, si dirige verso il posto di blocco e solleva la corda. Gli aiuti sono in salvo.
Ci rimettiamo in cammino fra le colline coperte di eucalipti. Per strada non si incontra anima viva. "Vedete quelle piante di caffè?", dice Bepi indicando dei cespugli circondati di erbacce. "Nessuno le cura più sono tutti fuggiti in Tanzania o all'interno del Paese". Perché? "Qui a Gasorwe", spiega, "a gennaio è stato ucciso il governatore, un tutsi. È stato un baswahili, un hutu arabo che veniva da Muyinga, una città vicina". La reazione dei militari è stata feroce. L'intero quartiere arabo di Muyinga è stato distrutto, tutti i negozi degli arabi incendiati, la gente delle colline massacrata. In un primo momento il bilancio ufficiale parlava di 38 morti. Ma soltanto su una collina ne sono stati contati 250. In totale, le vittime sono almeno 400. Il massacro è stato denunciato dall'ambasciatore statunitense Robert Kreuger alla rete tivù Cnn e al New York Times. Come reazione, un giornale di Bujumbura ha dedicato al diplomatico un articolo. Titolo: "L'ambassadeur à abattre". L'ambasciatore da abbattere. Risultato: il massacro continua. La prova? Le fotografie pubblicate a sinistra e nelle due pagine precedenti.
Calci alla donna incinta. La donna che compare in queste immagini si chiama Bernadette Cishahayo. è hutu, vive sulla collina di Karamho e ha circa 28 anni (come accade spesso in Africa non conosce la data della sua nascita). Guardatela. A ridurla cosi sono stati i militari tutsi. Le hanno dato tante botte da procurarle un parto prematuro. è successo giovedì 27 aprile. Un gruppo di soldati sono arrivati sulla collina. Hanno ammazzato tre donne e cinque bambini. Poi si sono avventati contro Bernadette, nonostante la sua gravidanza avanzata L'hanno coperta di calci, le hanno infilato una baionetta sopra l'orecchio, l'hanno malmenata ai punto che ora non riesce più a muoversi. Poi è stata la volta del suo bambino più grande: anche a lui calci e pugni. Dopodiché se ne sono andati. Trascinandosi, Bernadette ha trovato rifugio fra i bananeti. è rimasta nascosta per una settimana, senza cibo, sanza acqua, senza assistenza. Mercoledì 3 maggio i suoi parenti l'hanno trovata e l'hanno portata in una capanna. La notte successiva ha partorito un bambino, con diverse settimane di anticipo sulla scadenza. I soccorsi sono arrivati venerdì mattina.
Il sacerdote ucciso. Donne, bambini... Gli estremisti tutsi non guardano in faccia a nessuno. Neanche ai preti. Lo stesso giorno in cui Bernadette è stata aggredita hanno rapito e poi ammazzato un parroco. Anche lui hutu. si chiamava don Zaccaria Nowimana. Aveva 41 anni. Giovedì 27 aprile stava portando sei giovani in un seminario. Erano quasi arrivati, quando una macchina piena di tutsi ha bloccato la strada. Hanno fatto scendere il sacerdote e lo hanno portato via. Il suo corpo è stato ritrovato la domenica successiva: gli avevano sparato un colpo in fronte. Don Zaccaria sapeva di essere sulla lista nera. è aveva fatto testamento. Ai confratelli aveva chiesto due cose: che lo seppellissero nel cimitero di Muramba, la sua prima parrocchia e che gli cantassero il Gloria alla messa funebre. La sua colpa? "Essere hutu. Ed essere intelligente, evoluto e colto", spiegano i confratelli. Ossia rappresentare un pericolo per l'egemonia della minoranza tutsi, che da 400 anni schiaccia con il pugno di ferro la maggioranza hutu. E che, pur di non perdere il potere, è disposta a tutto.
"In Italia dicono che gli hutu stanno massacrando i tutsi", commenta padre Bepi mentre accarezza la testa di un bambino che cerca di vendergli un casco di banane. "La realtà è un po' diversa: sono i tutsi che hanno cominciato, che per secoli hanno oppresso gli hutu. Gli hutu, certo, non sono stati da meno: hanno commesso azioni terribili... Però bisogna dire una cosa: mentre gli hutu sono semplici e prevedibili, i tutsi sono molto più raffinati. Hanno una capacità di provocare che nemmeno ve l'immaginate... Hanno detto che a Kamenge, nel nostro centro per giovani, gli hutu sparavano dalle nostre stanze. Tutte balle, naturalmente. Provocazioni. Io, che sono un prete, sono tentato dal peccato della violenza". Corne dice, padre Bepi? "Si, quando vedo certe cose perdo la testa. Io. Figuriamoci loro...".
Ma che cos'è Kamenge? è perché è finito nel mirino degli estremisti? "Vi ci porto io", risponde padre Bepi.
Nel ghetto degli hutu. Kamenge è un quartiere di Bujumbura. L'unico, in tutta la capitale, in pieno assetto di guerra. Per arrivarci, occorre superare posti di blocco con soldati armati fino ai denti, mostrare permessi, sottoporsi a perquisizioni... Qui non si scherza: in un anno e mezzo sono state uccise 10 mila persone. Un massacro che non accenna a fermarsi: giovedì 11 maggio i soldati hanno sparato tutto il giorno, dalle 11 del mattino alle 6 di sera, lasciando dietro di loro almeno 30 vittime. è un motivo c'è: Kamenge è l'ultimo quartiere hutu rimasto in quella che ormai è diventata la "Tutsiville", nell'ambito di una strategia che mira a concentrare tutti i tutsi nelle città, protetti dai soldati, e a esiliare gli hutu nelle campagne.
Ebbene, in questo quartiere, spina nel fianco degli estremisti tutsi, c'è un missionario saveriano che si è messo in testa di arrivare alla riconciliazione fra le due etnie. si chiama Claudio Marano. Friulano come padre Bepi (di Trivignano, vicino a Palmanova), 43 anni, in Burundi dal 1981, padre Claudio è un ornone con una massa di capelli bianchi e una barba da profeta. Assieme a un confratello, padre Marino Bettinsoli, bresciano, a tre suore e a un volontario francese, gestisce il "Centro Giovani Kamenge", una struttura che qualsiasi assistente sociale italiano gli invidierebbe, con tanto di biblioteca, palestra, sala per concerti...
Qui, in questa linea verde che divide i quartieri tutsi dal ghetto hutu, ogni giorno
400/500 giovani delle due etnie giocano a pallacanestro, si scambiano i libri di Molière e i fumetti di Asterix, organizzano iniziative per cercare di frenare la logica di morte che ha invaso il loro Paese... Non vi stupirà dunque il fatto che padre Claudio ha ricevuto numerose minacce. è che il suo Centro è spesso teatro di sparatorie, tanto che la rete di recinzione è piena di nodi: servono a tappare i buchi fatti dalle pallottole. Gli estremisti tutsi hanno accusato padre Claudio di aver trasformato Kamenge in un "Centro di addestramento militare" per giovani guerriglieri hutu. E gli hutu, viceversa, lo accusano di averne fatto un centro per i miliziani tutsi... Negli uffici dell'Onu a Bujumbura di lui si dice che è un uomo morto. Ma padre Claudio continua imperterrito per la sua strada: "Noi cerchiamo di far capire", spiega serafico, "che la pace verrà raggiunta solo se entrambe le parti in causa cederanno qualcosa. Il nostro obiettivo è di farle ragionare sugli sbagli commessi. Mai dare ragione a una sola parte. Anche se vedi ingiustizie palesi dei tutsi contro gli hutu".
Un discorso che però gli stessi cattolici fanno fatica ad ascoltare. Poco tempo fa a un artista hutu è stato chiesto di affrescare l'abside della chiesa di una missione che preferiamo non citare. I patti erano che il soggetto sarebbe stata un'ultima Cena africana. Così è stato. Peccato che l'artista abbia raffigurato gli Apostoli con le sembianze degli hutu. Solo uno è chiaramente tutsi: Giuda.
PS. Il camioncino di padre Bepi De Cillia sta perdendo i pezzi. Occorre cambiarlo. Il missionario ha bisogno di un camion ribaltabile Ben, che possa trasportare fino a 5 metri cubi di pietre e sabbia. Chi vuole aiutarlo, può contattare la Procura dei Saveriani a Parma, tel. 0521/57675. Chiedere di padre Antonio Fogliani.
Elisabetta Burba