Alfazeta n°
LETTERA DAL BURUNDI
Riprendiamo con questo numero di Alfazeta a pubblicare nella rubrica "lettera da" le righe che ci giungono da Bujumbura. Un osservatorio privilegiato sulla tragica situazione dell'Africa del Grandi Laghi. Ma anche un osservatorio sull'animo umano. Sui suoi dolori, le sue gioie, le contraddizioni. Il pianto, a volte. Liberatorio segno di una umanità che non vuole arrendersi alla logica insensata della violenza.
Lettere di un amico. Graffiti di speranza. (a. t.)
Potrebbe essere una digressione nella comprensione di questa terra. Non più lunghe orecchie, ma lunghi nasi. Ed è tutto finito in un bagno di sangue a causa della stanchezza di vivere, dominati da un gruppo di uomini avidi di potere e di soldi L'isola di Pasqua è ora deserta, pascolo del turismo e dei ricordi. Ma non voglio parlare di quell'isola fatata, ma di un altro lembo di terra, dominata da decenni dall'etnia tutsi e che ora, arrivata alla democrazia, da un anno e mezzo vive in un bagno di sangue. Quelli che hanno sempre avuto tutto non vogliono assolutamente cedere e inventano ogni giorno una crisi, sempre marchiata da sangue, morte e distruzione, per renderla più vera!
Non contano niente Onu, Oua stati occidentali, non contano niente messaggi pacificatori, aiuti internazionali, commissioni di ogni genere. Il Paese è un paese sovrano, non può essere avvicinato da nessuno e poi, nessuno "capisce realmente" quello che è la loro cultura, il loro modo di esprlmersi, il loro modo di vivere la democrazia... e tutti accettano che nel paese sovrano si massacrino centinala di migliaia di persone, perché il "bianco non capisce mai niente". E il bianco accetta, stupidamente, sperando che un'ennesima guerra non faccia scattare la valanga di aiuti internazionali e quindi debba rimetterci ancora lui.
E la gente cosa conta? Assolutamente niente! Carne da macello per la politica interna, carne da macello per la politica estera, normale valvola di sicurezza per il problema demografico africano. Mi direte: il solito esagerato. Vorrei consigliare a qualcuno di venire qui a poggiare i piedi per terra, vivere sperando di sopravvivere. Sperando che i colpi di kalasnikov siano diretti, per questa volta, altrove, che il lancio di una granata sia destinato ad altri, che una banda un'altra, abbia sufficiente alcool in corpo da dimenticarti per un attimo. E ogni giorno cosi, ogni ora cosi, ogni minuto cosi... I pochi amici che hanno respirato quest'aria e sperimentato questi momenti sono terrorizzati e ci telefonano in continuazione, per vedere se, ancora una volta, l'abbiamo scampata bella e siamo riusciti a salvare la pellaccia. Nella mia giovinezza avevo spesso parlato di pace, avevo partecipato a bien più di una marcia, avevo lavorato in gruppi pacifisti, nonviolenti... mai avevo pensato di trovarmi in queste situazioni, mai avevo pensato di vedermi portar via, davanti agli occhi, amici con cui condividevo momenti belli e brutti di una vita africana, mai avevo immaginato di assaporare la precarietà della mia vita e per cosi lungo tempo. Ora mi telefonano, mi mandano lettere, mi fanno sapere che hanno pagato, perché venga ucciso, mi dicono che vogliono eliminarmi perché sono troppo con i lunghi nasi, o che aiuto troppo i corti nasi. E la paura ti rode dentro. Ti guardi in giro, incontri persone, sorpassi delle macchine, ti fermi negli uffici, vai nei magazzini e il sottile veleno della paura ti inebria tutto. A quando il fatidico momento? La morte! Una vera liberazione! Non l'avevo mai pensata cosi, anche se tanti amici mi avevano già suggerita questa idea! E come ogni liberazione l'aspetti, con il fiatogrosso e tanta titubanza.
E poi anche immagini che la tua morte potrebbe suscitare proteste e che magari potrebbe servire alla pace. Bisogna sempre darsi delle arie, anche in questi momenti. Non penso sia difficile riconoscermi in queste righe. Forse si potranno scoprire sentimenti mai detti. Ma non sono cambiatol È solo che vivendo sotto il sole d'Africa, un raggio mi ha colpito e mi ha fatto tanto africano, tanto di questo paese, dove niente ha senso, dove la storia è già passata, dove il futuro è solo demagogia.
Amici scusate!
Quando ci pensate, pensate che la morte è entrata nelle nostre vene di uomini e donne che hanno sempre sognato di avere come tutti, il diritto di vivere.
Claudio
P.S. Il 7 febbraio il vescovo di bujumbura, Simon Ntamwana è sfuggito a un attentato. "Questo, in Burundi, è il tempo degli assassini", ha dichiarato poche ore dopo ad Alfazeta mons. Simon.