Gazzetta di Parma, 18 novembre 1994

L'INFERNO DEL BURUNDI

Padre Marano: Così porto pace fra hutu e tutsi

Silvestre Ntinbantunganya. In questo nome per noi quasi impronunciabile è racchiuso il destino del Burundi e forse di tutta l'Africa centrale. È il terzo presidente del paese da quando, nel '90, sono state indette le prime libere elezioni. Il terzo presidente di etnia hutu dopo decenni di dominio da parte della minoranza tutsi. I suoi due predecessori, sono stati uccisi in altrettanti tentativi di colpi di stato e se anche lui dovesse cadere sicuramente il Burundi, già provato da lunghi mesi di guerra civile, piomberebbe nel caos, perché significherebbe il fallimento anche dell'ultimo tentativo di convivenza.

Da un paio di mesi, dal fine di settembre, la situazione è sufficientemente tranquilla, ma da marzo a settembre ci sono stati oltre cinquecento mila morti e un milione di profughi. A raccontarlo è Claudio Marano, un missionario saveriano tornato da qualche giorno in Italia che alcune sere fa ha raccontato la sua esperienza.

A Bujumbura, la capitale del Burundi, Marano, insieme a due altri missionari e tre suore, ha messo in piedi un progetto ambizioso e rivoluzionario: il Centre Jeunes Kamenge, un centro giovanile nella periferia nord della città aperto ai ragazzi di entrambe le etnie. "Perché - ha spiegato lui stesso - la strada verso la pace definitiva passa attraverso il dialogo, la convivenza, il lavoro e la persuasione che ci saranno posti in piedi per tutti".

Nel Centro i ragazzi hutu e tutsi possono usufruire di corsi di specializzazione in dattilografia, informatica, ma anche di cultura generale, sanitaria ed alimentare. E ancora, i missionari hanno già allestito una biblioteca (frequentata da sette-ottocento ragazzi ogni giorno) e un cinema. Sono in via di allestimento una piccola stazione radiofonica e una tipografia per stampare un giornalino del Centro. I campi sportivi, poi sono già una realtà: nel centro si organizzano tornei di calcio, pallavolo, basket, tennis, tutti rigorosamente con squadre miste di hutu et tutsi.

"Certo non è facile - prosegue Marano - a volte ce la siamo vista brutta. E non solo per la guerra, a Bujumbura vive mezzo milione di persone, molte fuggite dal nord del Paese e dal Ruanda. Ovvio che in un contesto del genere tutti i problemi tipici di una metropoli si sono decuplicati: la criminalità, la prostituzione, la droga, l'Aids (il 30 % della popolazione è sieropositiva). E tra questi drammi c'è la guerra - prosegue il missionario -. Il 20 marzo scorso siamo stati attaccati dall'esercito che è composto esclusivamente da tutsi e che ci accusava di aiutare solo gli hutu. Due medici sono stati feriti, per fortuna lievemente, e per un mese siamo rimasti isolati. Abbiamo vissuto sdraiati sul pavimento per paura delle raffiche di mitragliatrice che entravano continuamente dalle finestre".

Adesso la situazione è più tranquilla, si può lavorare, e i missionari, oltre che del Centro giovanile si occupano anche della ricostruzione di due quartieri che, con una soluzione "jugoslava", hanno attuato una sorta di pulizia etnica: Kamenge agli hutu, Cibitoke ai tutsi. La speranza è che la pace duri. La buona volontà c'è - e del resto il confinante Ruanda è uno specchio che fa paura -, ma è anch'essa precaria. Il governo di unità nazionale, composto da dieci partiti, ogni giorno deve fronteggiare gli estremisti di una parte e dell'altra, l'esercito e i gruppi paramilitari hutu. Sanno che se non prenderanno esempio dai tremila giovani di Kamenge il genocidio sarà inevitabile.

Mario Salvini