Giornale parrocchiale di Breno (Svizzera)
Domenica 30 ottobre, abbiamo avuto la gradita visita di P. Claudio a Breno. P. Claudio è il responsabile del Centro Giovani di Kamenge, a Bujumbura e si trovava per qualche settimana di vacanza in Italia, dopo le tremende disavventure degli ultimi mesi: soprattutto a partire dal colpo di stato dello scorso mese di ottobre, fino agli avvenimenti recenti della guerra civile in Ruanda.
Egli ha accettato di portare la sua testimonianza alle persone intervenute nella chiesa parrocchiale in questo pomeriggio domenicale. Subito dopo ha celebrato per la comunità la S. Messa. Assieme con lui era presente il prof. Renzo Petraglio.
P. Claudio è partito, nella sua esposizione per sommi capi dalla situazione politica del Burundi. Nel giugno dello scorso anno, dopo le prime votazioni libere del Paese, la maggioranza della popolazione di origine hutu aveva ottenuto la giusta vittoria elettorale. La minoranza tutzi, che fino a quel momento aveva in mano il potere, ha dovuto cederlo.
Il 30 aprile la gente ha però potuto tornare e il 19 maggio anche per il centro è stato possibile riaprire i battenti: le condizioni in cui si trovava erano però disastrose. Persino l'ospedale da campo era stato portato via. Bisognava ricominciare tutto da capo.
A livello politico sono iniziate nuove trattative. I politici sono riusciti ad accordarsi nella spartizione del potere, ma il rischio degli opposti estremismi, che cercavano continuamente la vendetta, arrischiava ad ogni istante di far crollare il fragile equilibrio raggiunto.
Solo in queste ultime settimane si è giunti a un accordo per un nuovo presidente: si tratta di una persona molto equilibrata, accettata da tutte le parti e che si impegna per una ricostruzione del Paese, appoggiandosi sul principi cristiani del perdono e della riconciliazione.
Nel vicino Ruanda, intanto, le cose non si mettono affatto bene. Sempre più numerosi profughi hutu, che si sentono minacciati dal nuovo regime di quel Paese, cercano rifugio al Nord del Burundi, aggiungendo miseria e povertà a villaggi e paesi già sventrati e impoveriti dalla guerra civile.
Vista la drammaticità della situazione, un gruppo di volontari ticinesi ha deciso di intervenire con un gemellaggio. Assieme alla regione italiana Emilia Romagna, il Ticino si impegna nella ricostruzione di Bugabira, un villaggio al Nord del Burundi. Il 90% delle case di questo comune, che si estende su 250 Kmq, è distrutto.
Il paese è adagiato su 14 colline, a 1.500 m. di altezza. Le strade sono quasi inesistenti, le condizioni sanitarie fatiscenti, le scuole chiuse. L'unica presenza che si nota ovunque è quella dei soldati che, anche nella stagione secca, controllano minuziosamente i tergicristalli degli sprovveduti visitatori europei. il problema più urgente, al momento, è quello dell'acqua potabile: non è possibile servirsi, infatti, dell'acqua del lago sottostante, senza interventi di risanamento.
Quando si creeranno condizioni migliori igieniche, sarà possibile anche far funzionare i dispensari esistenti e le altre strutture che permettono una convivenza decente. Per ricostruire il tessuto sociale ci vorrà del tempo, ma è indispensabile, perché sia possibile la sopravvivenza di quelle persone.
Se, ad esempio, i ragazzi non hanno la possibilità di andare a scuola, non sarà possibile un futuro: anzi, proprio loro si organizzeranno in bande selvagge per vendicare reciprocamente i torti veri o presunti di entrambe le etnie. E' la fiducia degli uni negli altri che deve iniziare e svilupparsi.
Proprio per questo Natale, il gruppo di intervento, intende realizzare un'azione mirata Soprattutto ad aiutare le persone più deboli, i poveri, le vedove: cosi che tutti abbiano un riparo. Non si tratta di regalare delle case: è sufficiente mettere loro a disposizione 4 finestre, due porte e un tetto. Poi saranno loro, con il lavoro delle loro mani, a fare il resto. La spesa di questo intervento è di ca Fr. 700.- per ogni casa.
La democrazia sembrava avviarsi bene: i primi quattro mesi sono stati "un paradiso". Ma alla fine i militari e altri personaggi influenti del vecchio regime non hanno accettato il responso delle urne. La notte tra il 21 e il 22 ottobre, hanno effettuato un colpo di stato, con l'uccisione del presidente e di altri ministri importanti. Da quel momento sono iniziati i massacri: più di 500.000 morti e oltre un milione e mezzo di profughi.
Proprio a settembre di quell'anno, il centro giovani di Kamenge, aveva iniziato a funzionare a pieno ritmo.
Quando, nel 1991, era stala gettata la prima pietra di questa costruzione, nessuno pensava che si trattasse di una "urgenza", rispetto ad altri problemi, di tipo sanitario o scolastico. I suoi obiettivi erano dichiaratamente quelli di preparare un futuro diverso al Paese, attraverso l'accoglienza di giovani di tutte le etnie: perché imparassero a lavorare insieme, a studiare, a ricercare soluzioni comuni ai problemi della società
Luoghi di accoglienza per creare occasioni di divertimento, di ricerca, di studio, di preghiera, di sport, erano indispensabili perché le persone imparassero a fraternizzare tra di loro. Bibbia, catechesi, studio della musica e di strumenti musicali, corsi di islamismo, apprendimento delle lingue, erano alcune delle attività che là si svolgevano. Era diventato un centro multireligioso, di dialogo tra persone e culture diverse. Più di 2.500 erano i giovani iscritti a settembre dello scorso anno: circa 1.500 ogni giorno lo visitavano. L'importanza di preparare un futuro diverso si è rivelata negli ultimi mesi una necessita più impellente di tutte le altre opere assistenziali.
Il 22 ottobre, però, ha fatto crollare ogni speranza. Sono iniziati i massacri: il centro, che si trovava nel bel mezzo delle sparatorie, più volte ha dovuto essere chiuso e poi riaperto, con altre finalità.
Dopo faticose trattative, nel gennaio di quest'anno, si è giunti all'elezione da parte dell'Assemblea nazionale di un nuovo presidente. Nel frattempo però la guerra è arrivata in città. Suddivisa in 14 quartieri delle due diverse etnie, si è scatenata la guerra più totale: tutti erano contro tutti.
Il 22 marzo i militari hanno attaccato il centro e l'hanno occupato. I responsabili sono riusciti per lo meno a trasformarlo in un ospedale da campo. In esso per venivano curati i feriti di entrambe le etnie. Ma le minacce non erano terminate. I militari, nella totalità tutzi, sparavano ovunque: i pericoli corsi erano ogni giorno sempre più gravi.
Il 22 aprile il centro è stato evacuato, perché in quella zona avrebbe dovuto essere distrutto tutto il quartiere. Sembrava a quel momento che non ci fosse più niente da fare che le sorti del centro fossero definitivamente crollate. 50.000 persone hanno dovuto lasciare il quartiere: parecchie di loro sono state trucidate, le case distrutte.
Nel frattempo, anche il secondo presidente è stato ucciso, assieme a quello del Ruanda: il che ha scatenato una ancor più sanguinosa guerra civile in questo paese.