Il seme
EDUCAZIONE, L'ALTRO NOME DELLA PACE
Viaggio nell'Africa dei missionari che si oppongono all'assurda guerra tra hutu e tutsi. E spesso pagano con la vita
di Maurizio Di Schino
Il tratto di strada per arrivare al "Centro giovanile Kamenge per la pace" sembra interminabile. Da quando abbiamo superato l'ennesimo posto di blocco dei militari, che è una rudimentale corda con un cencio in mezzo, non facciamo altro che vedere case distrutte o bruciate.
E gli abitanti? "Sono scappati. In due anni di guerra civile gli 85mila abitanti dei quartieri Kamenge e Kinama, nella capitale del Burundi, Bujumbura, hanno lasciato le loro case per ben 7 volte". Padre Modesto Tedeschi, superiore regionale dei missionari Saveriani, procede adagio con la sua macchina.
Però bisogna anche essere pronti a fuggire; le imboscate ormai sono frequenti in questi quartieri diventati terra di nessuno per gli estremisti sia hutu che tutsi. Finalmente si intravvede il "Centro giovanile Kamenge". I soldati sono anche lì, "a sorvegliare la struttura", cosi dicono.
Nonostante tutto, il Centro è anche il primo segno di vita in mezzo a tanta desolazione: alcuni ragazzi giocano a basket, altri a pallavolo, qualcuno invece preferisce stare al fresco sotto un porticato. In tempi di calma qui ci sarebbero stati un migliaio di ragazzi. In prossimità del Centro si fanno più vicini i rumori degli spari, esplosi ad intervalli quasi regolari; sembra piuttosto una guerra di nervi. I Padri Saveriani, responsabili della struttura, spesso sono costretti ad alzare il volume della musica per non sentire i colpi. "Non si riesce a convivere con la guerra, però ci si deve abituare".
Padre Claudio Marano, friulano di 44 anni spiega subito tale affermazione: "Viviamo questa situazione da due anni e stiamo facendo di tutto per restare sul posto, nonostante la guerra, l'etnizzazione dei quartieri e gli spari che sentiamo continuamente". Dunque, l'imperativo è: rimanere soprattutto dopo la morte, avvenuta il 30 settembre scorso, dei tre missionari italiani: i Saveriani padre Aldo Marchiol e padre Ottorino Maule e la volontaria Catina Gubert. Adesso, più di prima, è significativa questa presenza proprio in mezzo a quattro quartieri della capitale ormai etnicizzati: Kimana e Kamenge, hutu; Cibitoke e Ngagara, tutsi. "Creare un Centro giovanile nella zona più disagiata - spiega padre Marano - significa offrire una struttura dove i giovani dai 14 ai 30 anni possano vivere insieme, hutu e tutsi; Burundesi, Rwandesi, Tanzaniani e Zairesi; cattolici, protestanti e musulmani". Una bella sfida per i Padri Saveriani che hanno creduto in questo progetto sin dall'inizio tanto da chiamarlo appunto: "Centro giovanile Kamenge per la pace". La stessa Chiesa italiana ci ha creduto destinando, per l'avvio della costruzione, 300 milioni di contributi dell'otto per mille "in favore del Terzo Mondo". Perché proprio un "Centro per la pace" e non una scuola?
"Qui si tratta di programmare il futuro, quindi se si vuole guardare un po' più lontano, bisogna pensare ad un'educazione che preveda l'abituarsi a vivere insieme agli altri", insiste padre Marano. Insieme a padre Marino Bettinsoli, 41 anni, di Lodrino (Bs), e padre Vittorio Ghirardi, bresciano di Salò e morto nel '94 a 63 anni, hanno stabilito delle regole ben precise per accedere alla struttura. Ognuno deve avere una tessera con tanto di fotografia. I ragazzi la considerano più importante della carta d'identità. Adesso gli iscritti sono circa 3.800. Frequentano la biblioteca fornita di 10mila volumi e di oltre 100 abbonamenti a riviste e quotidiani, locali e stranieri.
Poi c'è l'opportunità di imparare l'uso del computer e della macchina da cucire, o da scrivere; di apprendere qualche parola di inglese, o di migliorare il francese; di intraprendere attività di educazione alla pace, o di lettura della Bibbia; di preparare degli spettacoli nel salone polivalente da 600 posti. Una cosa sta però a cuore a padre Marano: "Qui - conclude - hutu e tutsi sono obbligati a stare insieme perché organizziamo soltanto attività di gruppo".