Jesus, giugno 1997
Il "nuovo stile" missionario nelle riflessioni del saveriano padre Claudio Marano
UN IMPEGNO DI FEDELTA' NELLE BUONA E CATTIVA SORTE
Ancora oggi c'è una pattuglia di soldati fuori dal Centro giovanile di Kamenge, nel quartiere nord di Bujumbura. Stazionano giorno e notte, mentre i ragazzi vanno in biblioteca e organizzano tornei di calcio e di pallacanestro. Nella capitale burundese è l'unico centro ricreativo aperto ai giovani. Gli iscritti sono migliaia, ma i loro nomi e i loro volti sono molto cambiati in questi cinque anni di attività. Kamenge è stato stravolto dalla guerra civile. Il quartiere un tempo simbolo della convivenza etnica, ora è in gran parte un ammasso di novine e di desolazione.
Ma ogni giorno, giovani di ogni età sbucano da ogni parte. E chi ritorna, dopo essere stato profugo sulle colline, tra le prime cose che fa è rinnovare il tesserino di iscrizione al Centro. "Quando ci hanno chiesto di tornare in Burundi, abbiamo deciso lo scopo della missione: creare un centro dedicato ai giovani dove si parlasse il linguaggio della fraternità e della condivisione. La guerra civile allora non c'era. Quella scelta è diventata profetica proprio in virtù di ciò che è accaduto dopo." Padre Claudio Marano, saveriano, che gestisce il Centro con due confratelli (Marino Bettinsoli e Gigi Signori), ammette che la tragedia della guerra civile ha portato non poche riflessioni, rendendo più radicale lo stile di missione. "Si può dire che abbiamo deciso di prendere quello stesso impegno che si assume una coppia quando si sposa: condividere la buona e la cattiva sorte. La nostra "sposa" è la gente di Kamenge. Purtroppo siamo capitati nella cattiva sorte. Che abbiamo deciso di vivere fino in fondo. Perciò siamo qui."
Rischia di essere un giudizio su chi ha scelto di lasciare.
"Assolutamente no. Vi sono condizioni nelle quali è sbagliato rimanere a tutti i costi, e la valutazione va fatta caso per caso. Il nostro ragionamento è stato questo: - I burundesi non possono scegliere di andarsene. Se possono sopravvivere loro, ci riusciremo anche noi - ".
In che cosa è cambiato il vostro stile di missione?
"È divenuto più essenziale, e più provvisorio. Nei periodi difficili, quando ci sparavano addosso e vedevamo la distruzione sistematica delle case della nostra gente, abbiamo imparato a ringraziare Dio del dono di ogni giornata da vivere. Ma anche in quei momenti non subivamo nulla di diverso rispetto alla gente di Kamenge".
Non vi scandalizza che anche i cristiani abbiano partecipato ai saccheggi e ai massacri?
"No. Basta pensare alla storia del cristianesimo occidentale. Quanti secoli ci sono voluti per fare proprie le istanze di nonviolenza del messaggio evangelico, per mettere al primo posto la tolleranza, la giustizia, la pace di Cristo? Senza contare che in situazione di guerra civile è più facile scegliere il male, scegliere la sopravvivenza personale a scapito del prossimo, la vendetta al posto del perdono".
Non vi sentite impotenti di fronte ad avvenimenti che travolgono ogni cosa?
"L'unica risposta possibile alla guerra è la lenta costruzione di una rete, fragile ma fitta, di relazioni di fratellanza. Possono essere spazzate via nel momento acuto del conflitto, ma poi questo tessuto si ricompone lentamente e inesorabilmente".
E' questa via la soluzione?
"No. Saremmo degli illusi. Ai giovani di Kamenge noi continuiamo a dire: - Non siamo la soluzione, siamo un segno di fraternità che può contagiare e aggregare -. E questo lo vediamo ogni giorno. É innanzitutto la nostra scelta di restare, potendo fare diversamente, che diventa provocazione e contraddizione. Stare insieme a qualunque costo è il primo segno di speranza".
Non tutta La Chiesa burundese ha fatto La stessa scelta evangelica. Non é una contraddizione?
"La Chiesa è fatta di uomini e donne che vivono, come gli altri, una esperienza assolutamente anormale com'è la guerra. Anche nella Chiesa, anche fra i vescovi e i preti può capitare che prevalga il progetto umano sul disegno di Dio. Allora possono maturare scelte di fuga. Si tratta di richiamarsi al senso originario del nostro essere mandati qui: la scelta di seguire Cristo può portarci alla sua Croce".
Qual'è il messaggio più importante che vorreste trasparisse dalla vostra presenza?
"La risurrezione è Possibile. Anche nella situazione più cupa di morte e distruzione".
Luciano Scalettari