Messaggero [della Madonna del Sasso], maggio-giugno 1997, 3/97

BUJUMBURA 1993 LEGGERE LA BIBBIA IN UN PAESE IN GUERRA

Interrogare la Bibbia in tempi di relativa calma può essere impresa facile; più impegnativo risulta motivare gli sforzi di riconciliazione e pacificazione, mentre sta per esplodere un conflitto armato. Ed esso, in Burundi, scoppierà in tutta la sua cruenza, coinvolgendo poi l'intera area dei Grandi Laghi. L'autore dell'intervento che segue ha condiviso con le ragazze e i ragazzi del Centre Jeunes Kamenge di Bujumbura paure e aspettative, leggendo con loro i libri di Giosuè e Isaia. Problemi brucianti come le tensioni interetniche tra hutu e tutsi, oppure le contese per la proprietà della terra e il controllo del potere politico hanno ricevuto nuova luce, con risultati sorprendenti, quali l'organizzazione di un festival per la pace mentre tutt'intorno infuoca la guerra!

La prima volta che ho letto la Bibbia in Burundi era nell'estate del 1993. Erano i primi giorni di democrazia in Burundi, la gente si lasciava alle spalle tre decenni di regime militare, un regime che aveva privilegiato e favorito alcuni, schiacciato la maggior parte della popolazione. Per tre decenni la gente aveva imparato a star zitta era l'unico sistema se non si volevano correre rischi sulla propria pelle. Ma anche prima durante gli anni della colonizzazione belga, in Burundi si erano seminati forti stimoli alla rassegnazione.

In questa situazione, proporre la lettura comunitaria del la Bibbia significava fare un atto di fiducia significava far affidamento sulla capacità che ciascuno ha di leggere e interpretare un testo.

Lettura a gruppi

Ero stato invitato a leggere la Bibbia al Centre Jeunes Kamenge in un centro giovanile, situato a Kamenge uno dei quartieri nord della capitale Bujumbura. Si trattava di ragazzi e ragazze, hutu e tutsi, burundesi, ruandesi e zairoti tutti insieme.

Fin dall'inizio mi è parso importante non identificarmi con la figura del bianco colonizzatore. Certo, io mi ero formato in Europa. all'università avevo imparato a leggere la Bibbia con metodo e rigore. Sapevo bene che il mio punto di partenza era diverso dal loro, ma mi era altrettanto chiaro che le loro esperienze umane e culturali erano importanti altrettanto quanto le mie. Perciò valeva la pena confrontare i nostri punti di vista le ricchezze che ciascuna e ciascuno di noi portava dentro. E il metodo più semplice mi è parso quello del lavoro a gruppi.

Terra, questione esistenziale

La mia prima settimana in Burundi l'ho dedicata, anzi l'abbiamo dedicata ai primi capitoli del Libro di Giosuè. Il perché di questa scelta è presto detto. Era il tema della terra a guidarci, così com'era stato il tema della terra (terra donata da Dio o conquistata?) a guidare l'autore di questo libro della Bibbia.

Il problema della terra, per me e per loro, si poneva in modo diverso. Io posso disporre di uno spazio abbastanza ampio in casa mia. Con i figli non sono costretto a spartirmi la sedia o un angolino dell'unico tavolo. E la notte, quando sto per addormentarmi, mi sento protetto e abbracciato dalla terra e dalle pareti di casa. Invece molti ragazzi, che leggevano la pagina biblica in gruppo accanto a me, a casa dovevano spartirsi lo spazio con fratelli e sorelle, molti di loro avevano alle spalle storie d'esilio e di lacerazioni, ed esperienze di sradicamento. Inoltre, per me la terra era qualcosa di stabile e ovvio, un possesso tranquillo, mentre per molti e molte accanto a me la terra appariva come spazio conquistato, rapito. Occupato prima dai bianchi e poi dalle truppe del golpista di turno. Però questa terra ci appariva pur sempre come una madre dagli ampi seni, generosa nei suoi doni: sarebbe bastata un po' di giustizia perché figli e figlie potessero nutrirsi e godere insieme dei suoi frutti.

E lavorare sul Libro di Giosuè è stata un'occasione per prendere coscienza delle mille disuguaglianze che esistono nel confronti della terra, madre per alcuni, matrigna o secondino per altri, rifugio per pochi, inospitale per molti. Ma per colpa di chi?

Stimolo verso la socialità

Il libro di Giosuè, che tanto insiste sulle dodici tribù d'Israele, è stato uno stimolo per ciascuno. Nel libro, le tribù transgiordaniche non se la sentono di godere delle loro terre mentre i loro fratelli non dispongono ancora della terra e della sua protezione. E lo stesso doveva valere per i giovani del Centre Jeunes di Kamenge. Avere una casa e del cibo non poteva dispensare nessuno dalla solidarietà con quanti si sentivano ancora sradicati.

E se molti in passato erano stati derubati della terra o costretti a lasciarla era perché qualcuno aveva prevaricato, aveva avanzato pretese ingiustificate, e aveva costretto altri ai silenzio e all'erranza. E il lavoro a gruppi appariva come un cambiamento radicale. Nei piccoli gruppi ognuno poteva prendere la parola e raccontare le proprie esperienze con la terra, poteva - con le parole del racconto biblico - raccontare le proprie speranze e le proprie paure. Si perché riappropriarsi della parola e sentirsi ascoltato è il primo passo per riappropriarsi della terra e sentirsi accolto dai propri vicini.

Ascoltare il testo e l'altro

Il lavoro a gruppi doveva essere uno stimolo all'ascolto. Ogni gruppo aveva tra le mani un questionarlo per affrontare il capitolo di Giosuè. Era un questionario che obbligava il gruppo a farsi attento alle parole del testo, alle sottolineature volute dall'autore, ai temi che gli erano familiari, ai problemi che all'autore biblico apparivano fondamentali. E davanti a queste questioni ognuno aveva la sua da dire: doveva interrogare il testo, comunicare le proprie impressioni davanti ad esso, dar corpo alle ambiguità e ai fraintendimenti cui il testo poteva dar luogo.

Ma il lavoro sul testo biblico era anche un'occasione per ascoltare chi sedeva accanto a noi nel gruppo, chi aveva esperienze diverse dalle mie. E nel gruppo queste diversità diventavano ricchezze da comporre, ricchezze da far coesistere senza che una prevalesse sull'altra. Quest'ultimo aspetto valeva anche al termine della giornata, quando i gruppi si riunivano e confrontavano i propri risultati. Chi prendeva la parola a nome del gruppo doveva rappresentare il gruppo e non imporre al gruppo il proprio punto di vista. Inoltre, a mano a mano che i gruppi presentavano i loro risultati, ognuno di essi aveva i'occasione di accorgersi che la realtà è molto più grande di quanto noi abbiamo vissuto e pensato. La realtà non è solo quella del mio gruppo di lavoro. Anche altri gruppi hanno diritto all'esistenza, e la verità non è monopolio di nessuno.

E proprio su questo punto ricordo che una sera un gruppo voleva rifiutare il lavoro di un altro. Un punto del questionarlo chiedeva di riassumere un capitolo del libro di Giosuè utilizzando trenta parole al massimo. Ogni gruppo, ovviamente, aveva formulato il proprio riassunto in modo diverso e originale, ma un gruppo criticava il riassunto fatto dali'altro. Ed è stato difficile mostrare che la realtà è più grande e più ricca delle nostre parole, che le nostre parole sono sempre un espressione parziale, incompleta, approssimativa.

Non far spazio al lavoro dell'altro gruppo era un meccanismo simile a quello che aveva portato, nei decenni precedenti, alcuni ad escludere altri dalla terra. E credo che quella sera abbiamo imparato a dire: questo è un riassunto, un modo d'intendere la pagina biblica, non è il riassunto, non è l'esegesi del capitolo.

Celebrazione della terra

E al termine della settimana abbiamo pensato a una celebrazione della terra. L'autore del Libro di Giosuè aveva voluto esprimere, per i suoi contemporanei, il significato che la terra aveva per lui: terra amata, terra che era stata promessa come regalo, terra che era stata conquistata da un gruppo che ne aveva esclusi altri, terra allora perduta con i'esilio e di cui forte era la nostalgia. Ma questo scrittore, che aveva osato prendere la parola sul tema della terra, ci aveva anche spinto a prendere la parola a nostra volta. Ed è cosi che il sabato sera, in quel lontano mese di luglio del 1993, ci siamo trovati, tutti scalzi e seduti per terra, a celebrare a nostra volta la terra, a celebrarla con i tamburi burundesi, a celebrarla con canzoni e poesie, con parole nostre. povere e sincere, con racconti e gesti di condivisione e di fraternità. Insomma. una riconciliazione con la terra, una presa di coscienza delle nostre ingiustizie nelle relazioni con la terra, un impegno a una maggiore solidarietà.

Dopo i fatti d'ottobre

Ho parlato di una situazione felice. una lettura della Bibbia che spingeva verso la giustizia e la solidarietà. Ma. dopo tre mesi di democrazia, precisamente la notte tra il 20 e il 21 ottobre 1993, in Burundi è cominciata la guerra, un colpo di stato che ha decapitato la democrazia e ha aperto la strada a violenze e massacri. Che fare in questa nuova situazione? La prima cosa e stata quella di condividere la paura. E' una cosa evidente, ma io l'ho capita solo in Burundi, una notte che hanno sparato proprio dietro il muro di casa. E tutti ci siamo ritrovati in corridoio. africani ed europei. a condividere la paura, a tenerci stretti l'un l'altro. perché se te ne stai da solo, mentre fuori sparano rischi di impazzire. Ed è in quelle notti e in quel giorni che ho ripensato a un salmo. quello di Dio come protettore e custode: "Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti custodisce da ogni male. egli custodisce la tua vita. Il Signore custodisce il tuo entrare e il tuo uscire da ora e per sempre" (Sal 121,6-8).

Davanti a queste parole nasceva spontanea la domanda: com'è la protezione del Signore? E se essa avesse il calore di chi mi sta accanto, di chi condivide con me la sua paura la sua debolezza e fragilità'? E se ci mettessimo a lavorare perché siano le comunità locali a proteggere i membri della comunità e gli stranieri, a proteggerli con la loro presenza e il loro calore umano, invece di ricorrere alla violenza e agli spari?

Il tema della violenza

In questa situazione, mi è parso importante anche affrontare direttamente il tema della violenza. La lettura della Bibbia - portata avanti con il lavoro a gruppi e poi con la discussione tutti insieme - ci aiutava a prendere coscienza di quanto stava capitando, ci permetteva di trovare il coraggio per dire la realtà. E' avvenuto leggendo la terza parte del Libro di Isaia (i capitoli 56-66). Qui c'è una pagina che presenta una liturgia penitenziale molto particolare. Al popolo che si lamenta davanti a Dio, Dio risponde enumerando le colpe del popolo promettendo condanna e salvezza. E grande è stata la sorpresa dei giovani di Bujumbura: "Le vostre mani sono imbrattate di sangue, le vostre dita di crimini, le vostre labbra dicono menzogne, le vostre lingue sussurrano malvagità. Non c'è chi presenta un'accusa secondo giustizia o chi emette una sentenza con sincerità" (Is 59,3-4).

Leggendo queste parole ognuno ha avuto l'impressione di leggere una denuncia di quanto accade nel cuore dell'Africa: c'è chi ha ucciso e uccide, c'è chi predica e chi progetta violenza. c'è chi si fa complice, tacendo, del sangue versato.

Differenza etnica

Altre pagine del Libro di Isaia mostrano come la situazione esiga coraggio e creatività. La tradizione, che tende a coltivare l'esclusivismo, a emarginare gli stranieri e gli eunuchi, viene dichiarata decisamente fuori corso. Dio dice: "Lo straniero che si è dato al Signore non dica: "il Signore mi escluderà dal suo popolo". Non dica l'eunuco: "io sono un albero secco"" (Lc 56,3). Al tempo del profeta. queste parole contrastavano con le misure di Esdra che voleva addirittura annullare i matrimoni misti perché, a suo giudizio, "la razza santa si è mescolata con i popoli pagani" (Esdra 9,2). Il profeta insiste: la salvezza di Dio non si può identificare con il ritorno dall'esilio di Babilonia, la salvezza s'identifica con la fine dell'esclusivismo, con l'accettazione del diverso, di chi ha tratti somatici differenti, come l'eunuco e lo straniero, l'hutu e il tutsi.

E oggi, invece di moltiplicare i criteri per escludere l'altro, bisogna costruire e praticare la giustizia, bisogna trovare il coraggio di sognare e progettare una comunità dove le differenze etniche e somatiche non siano più delle barriere.

Ricostruire i quartieri

A Bujumbura ho proposto anche il Libro di Neemia. Neemia (il suo nome vuol dire "Dio consola") è un ebreo a servizio di un re d'Oriente. Ma un giorno, quando viene a sapere che Gerusalemme è in rovina, decide di tornare per ricostruire la città. E la ricostruzione non è un sogno fantastico. E' qualcosa di estremamente concreto e faticoso. Si tratta di coinvolgere la autorità politica e religiosa, si tratta di stimolare le varie famiglie ad assumersi questo impegno. Si tratta, soprattutto, di superare la sensazione di sfiducia e d'impotenza di quanti cantano lamentosi: "Vacilla, la forza del portatori. Troppa polvere! Non ce la faremo mai a costruire la muraglia" (Neemia 4,4).

A Bujumbura la decisione presa da Neemia può incoraggiare. Incoraggia Laurent, responsabile di un quartiere, a raccogliere i ragazzi tutsi per farli giocare, una domenica pomeriggio, con i mal visti hutu. E può, Neemia, incoraggiare alcune famiglie a cuocere i mattoni per ricostruire la loro casa nel quartiere di Kamenge sul quale i soldati hanno sparato a più riprese. E noi? Noi europei? A quanti si assumono l'impegno di cuocere i mattoni noi potremo assicurare la fornitura di due porte e quattro finestre. oltre alle lamiere per il tetto. E cosi la pagina biblica si trasforma in parola responsabilizzante. La casa che viene costruita sarà segno di una nuova relazione tra il sud del mondo e il nord, il nord che rinuncia a sfruttare il sud, il sud che si fa soggetto attivo e creatore del proprio futuro, e non più destinatario di un intervento assistenziale. E a Bujumbura qualche artigiano potrà dar lavoro a un ragazzo, gli proporrà di costruire porte e finestre e guadagnarsi da mangiare con un lavoro pulito, invece di lasciarsi irretire da chi gli offre di entrare in una banda che tenga in scacco - con la violenza - i quartieri cittadini. E cosi, la parola di Neemia sarà, per la gente del sud come per la gente del nord, una parola che ci fa uscire da quel senso d'impotenza che ci paralizza da ormai troppo tempo.

Accettarsi e riconciliarsi

L'idea mi è venuta da un libro di Kun-Chun Wong, un cinese ora parroco della comunità cinese di Amsterdam: leggere Matteo 8 e 9. In questi due capitoli, Matteo s'impegna fortemente perché i cristiani provenienti dall'ebraismo e quelli provenienti dai paganesimo sappiano accettarsi reciprocamente, con le loro radici diverse, con culture e stili differenti. Ed ecco Matteo tratteggiare la figura di Gesù che rompe le barriere etniche prendendosi cura di un ebreo, il lebbroso (8,1-4) e di un pagano, il centurione romano (8,5-I 3). Ed è lo stesso Gesù a mostrare come la Bibbia chieda a ciascuno di farsi carico delle fatiche dell'altro, di farsi solidale con lui, delle sue infermità e malattie (8,14-17). E questa rottura delle barriere porta i pagani di Gadara e le guide del giudaismo a rifiutare Gesù (8,28-9,8).

Ed è, questo rifiuto. quanto hanno vissuto anche i giovani di Bujumbura. L'hanno vissuto quando sono scesi sulle strade a chiedere - minacciati dai soldati e dalle bande armate - la riconciliazione e la pace. Eppure, anche in questa situazione difficile, i giovani non hanno desistito. Anzi, hanno voluto proclamare in forme nuove e personali il loro impegno per la riconciliazione e la pace. E' cosi che hanno organizzato un festival sul la pace, creando musiche, canzoni e poesie, per dar spazio alle loro paure ma anche ai loro sogni di un futuro di verso. Anche sotto gli spari si può essere creativi, si possono coltivare e accarezzare e gridare sogni e impegni di riconciliazione.

Renzo Petraglio

 

Poesia per la celebrazione della terra

Terra mia

Creatura senza limiti, terra infaticabile,
tu porti, da mattina a sera, quante creature non riesco nemmeno ad immaginare.
Tu terra, prima tra le creature, tu sei incomparabile nella tua bontà.
Noi viviamo, chi bene e chi maie, su di te
e tu ci attendi al momento del nostro ultimo riposo.
Oh terra, noi ti ammiriamo per questo favore,
perché accogli - come in un nido - tutte le opere di Dio.
Che sorpresa vederti ogni giorno
con gli alberi che splendono lungo strade e sentieri.
Com'è bello abitarti,
tu fai crescere i bambini grazie ai doni che ci vengono da te, Terra.
Terra che ci nutri e che accogli tutte le stirpi: neri, bianchi, gialli...
Tu, speranza dei disperati,
Tu, sorgente di una vita migliore.

Betty (lugIio I 993)

 Canti per la riconciliazione e la pace

Duniani popote (Da per tutto)

	Masisi Lubumbashi…	Per qual motivo?
Perché tutto ciò? Perché queste uccisioni?
Da per tutto! Per qual motivo?
Dunque perché? Perché queste uccisioni?
    1. Accanto a una chiesa c'è un giardino d'orrore,
      la guerra, l'odio, la vergogna: un cimitero e delle ossa!
      Grandi e piccoli si contendono la terra,
      uccidono col fuoco perché gli stranieri partano.
    2. I morti parlano con la verità:
      vorrebbero tornare sulla terra!
      Rifugiati riempiono terra e cielo,
      chiedono non cibo bensì i loro diritti!
    1. La terra che voi vi contendete
      è lei che vi seppellisce;
      la vita è come un uovo: nasce e genera.
      Smettete queste uccisioni, create un mondo nuovo.

Magloire P. K.

 Kelele zanini wana Africa

(La felicità del mondo è amarsi gli uni gli altri, Africani)
La felicita del mondo è amarsi gli uni gli altri. Africani.
Amiamoci, Africani, Africani.
I nostri antenati e i nostri padri amavano i'unità, Africani.
Noi siamo tutti fratelli, Africani.
Amiamoci. Burundesi, Africani.
Amiamoci. Ruandesi, Africani.
Amiamoci. Zairoti, Africani.
Amiamoci. Africani, Africani.
Noi siamo tutti fratelli, Africani.
Costruiamo la nostra Africa, Africani.
Noi abbiamo molte ricchezze, Africani.
Noi siamo istruiti, Africani.
Noi abbiamo la forza di coltivare. Africani.
Lavoriamo per la nostra Africa, Africani.
I nostri padri e antenati
hanno avuto paura di essere uccisi, Africani.
Riconciliamoci, Africani, Africani.
Rispettiamo la vita degli altri, Africani.
Tutti amano la vita, Africani.
Amiamo gli Africani, Africani.
Che ciascuno abbia il suo diritto, Africani.
Perché queste lacrime, Africani, Africani?
Perché queste lacrime. Africani, Africani?

Mfaume Joseph

 

Ho illustrato più ampiamente questo punto nell'articolo Il vangelo della pace e della nonviolenza in mezzo alla guerra, pubblicato nel libro Burundi. Democrazia in calvario, a cura di A. Tosolini e R. Cavalieri, Parma (Edizioni AlfaZeta) 1194, p. 141-146.

2 Kun-Chun Wong, Interkulturelle Theologie und multikulturelle Gemeinde im Matthäusevangelium, Göttingen-Freiburg, 1992