Vita Nuova 26 novembre 1994

BURUNDI, TRA RESISTENZA E DEMOCRAZIA

Padre Claudio Marano racconta gli orrori della guerra civile fra tutsi e hutu e le speranze di pace di un popolo - Il nuovo corso democratico del Paese ha bisogno deIl'attenzione del mondo

"Parlate del Burundi. Fate in modo che la situazione del Paese sia al centro dell'attenzione mondiale e che, anche in questo modo, venga tenuta sotto controllo. Il Burundi vive per il 75% di aiuti internazionali: i Paesi che contribuiscono alla sua sopravvivenza possono dunque giocare un ruolo determinante anche nella sua evoluzione democratica, o meno. Se l'attuale presidente, Silvestre Ntinbantunganya (il terzo eletto dall'inizio delle ostilità), verrà sopraffatto da coloro che continuano a volere la guerra. la situazione "esploderà" nuovamente con il rischio di "incendiare" anche il confinante Zaire e tutta l'Africa centrale".
Padre Claudio Marano conclude con questo appello il suo racconto. Missionario saveriano, originario del Friuli, dal 1990 è ritornato in Burundi, dopo esservi già stato dal 1981 al 1984. Qui, in uno dei quattro quartieri Nord da capitale Bujumbura, quello di Kamenge, insieme ad altri due missionari (uno dei quali. Victor Ghirardi scomparso recentemente), a tre suore Dorotee di Cemmo e ad un volontario francese, è responsabile "Centre Jeunes Kamenge", un centro per la gioventù.
Sul finire dei anni '80 Si apre per il Burundi la possibilità di avviarsi finalmente ad un corso di democrazia. uguaglianza e libertà dopo 35 anni di dittatura militare da parte dei tutsi. In vista del nuovo corso democratico del Paese, la diocesi di Bujumbura richiede la presenza di alcuni missionari per tentare di creare in un quartiere multietnico come quello di Kamenge, dove vivono non solo hutu e tutsi ma anche tanti stranieri, un Centro per i giovani (il 60% dei 130.000 abitanti), dove questi possano incontrarsi e imparare a vivere insieme. Il Centro, che i tre missionari finiscono di costruire nel 1993, è pensato proprio come un'isola di cultura e di sport un luogo di dialogo. scambio e condivisione fra giovani di etnie e religioni diverse dove si possano gettare le basi della convivenza e della società future. E a questo scopo nel Centro, che in tempo di pace è frequentato giornalmente da oltre 1.500 ragazzi, tutte le attività vengono svolte in gruppo: dai corsi di alfabetizzazione a quelli di computer, dal frequentare la biblioteca ad organizzare cineforum.
Nell'ottobre 1993, pero. dopo il tentativo di colpo di Stato da parte dell'esercito - in mano ai tutsi - per ostacolare il nuovo partito di governo il Fronte democratico burundese - a prevalenza hutu - arrivato al potere in seguito alle prime elezioni libere, comincia il massacro al Centro e nel Nord del Burundi. Il bilancio di un mese e mezzo di scontri è di 300.000 morti, un milione di profughi all'estero e mezzo milione all'interno. A febbraio la guerra arriva nella capitale. La popolazione si divide etnia contro etnia; i quartieri Nord si spaccano: due quartieri hutu, due tutsi. E i missionari del Centro, nel frattempo chiuso, si trovano letteralmente in mezzo aile sparatorie a fare da bersaglio, tanto da dover vivere "sui pavimenti e rasente i muri" fino a quando non decidono di trasformare il Centro in ospedale e cominciano a girare per i quartieri curando i feriti e seppellendo i morti (10.000). Tornati definitivamente al Centro. dopo che l'esercito aveva provveduto a "disarmare" (ossia distruggere) il quartiere (hutu), i missionari lo ritrovano con 120 milioni di danni e con l'ospedale distrutto.
Attualmente, nonostante la pace sia stata firmata in settembre, la situazione non è ancora ben definita. Infatti, se da una pare la popolazione e il governo vogliono veramente la pace, dall'altra ci sono l'esercito, frustrato nelle sue velleità di comando, e gruppi armati sia hutu sia tutsi che vorrebbero di nuovo la guerra per riprendere tutto per se. "Adesso - conclude p. Claudio - la nostra presenza a Kamenge diventa ancora più preziosa e difficile. Perché bisogna ricominciare a parlare di che cosa significhi essere uomini e donne, rispettarsi, di che cosa sia la vera giustizia, quella condivisa, valida per entrambe le parti" E sono necessari aiuti esterni, adesso che le organizzazioni internazionali stanno per andarsene dal Paese. Bisogna. quindi, che vengano aiutati in modo mirato progetti di condivisione e ricostruzione. Progetti come quello di cui abbiamo brevemente raccontato. (Per informazioni rivolgersi alle Missioni Estere).

Carla Giazzi