"Tu", settembre 1999, prefazione all'edizione svizzera
CUORI CHE BATTONO ALL'UNISONO
Luglio 1993: un mese di "vacanza" in Burundi. Non
ho detto di no, quell'estate a Renzo e Maria Pia Petraglio, che
mi avevano proposto di andare con loro in Africa. Non ci ero mai
stato. Poteva essere l'inizio di un'avventura, di un'esperienza
nuova, positiva anche per me come prete. E' importante allargare
i propri orizzonti: può essere utile per rigenerare l'anima
e il corpo.
Ed effettivamente è stato, questo, l'inizio di un contatto
con un mondo nuovo, che è proseguito negli anni successivi.
Ero allora parroco a Cademario e ad Aranno; ma il Vescovo mi aveva
assegnato anche la responsabilità pastorale della parrocchia
di Breno-Fescoggia, dato che il vecchio parroco don Giuliano Bonci
si era ritirato per malattia.
Quel mese in Africa è stato molto bello. Ero entrato in
un Paese del centro Africa che stava vivendo un momento "magico",
ricco di attese, di speranze. Si erano appena tenute il mese precedente
le votazioni politiche, che avevano finalmente sancito il primo
timido affacciarsi della democrazia. Il presidente eletto Melchior
Ndadaie stava rimboccandosi le maniche per dare alla nazione ancora
incredula e paurosa - un nuovo volto.
Eravamo ospiti del Centro Giovani Kamenge, a Bujumbura. Ogni sera
attendavamo con impazienza i notiziari del telegiornale, che annunciavano
l'evolversi della situazione politica. C'era trepidazione e incertezza
nei responsabili del Centro: padre Claudio, in particolare, ci
informava dettagliatamente su quanto il Burundi aveva vissuto
fino allora, e sulle speranze future. Ci dava le chiavi di lettura
per capire le notizie che si succedevano ogni giorno.
Abbiamo avuto la possibilità, in quel periodo, di muoverci
liberamente per il Paese: nei tempi che restavano liberi dalle
varie attività con i giovani, facevamo i "vacanzieri".
Potevamo andare in visita ai missionari saveriani e alle comunità
da loro dirette, fare una gita nella giungla, e un bagno nel lago
Tanganika, sederci a bere una bibita rinfrescante al porto di
Bujumbura, circolare liberamente in città e nella periferia.
Solo alle sei della sera, al tramonto del sole, dovevamo trovarci
di nuovo in casa: di notte, non si poteva mai sapere quello che
poteva succedere.
Uno dei momenti più significativi della nostra permanenza
è stato l'incontro con il vescovo di Bujumbura, mons. Simone
Ntamwana. Egli ha fatto una breve visita al Centro, ma ci ha poi
accolto benevolmente per una mattinata intera in episcopio, per
una chiacchierata lunga e amichevole. Ci ha presentato le preoccupazioni
e i progetti della sua Diocesi e più in generale della
giovane Chiesa nel suo Paese. Ci ha rilasciato anche una lunga
intervista, che ho pubblicato, a puntate, sui bollettini parrocchiali.
Ma la nostra occupazione principale era al Centro. Volevamo renderci
conto di persona di come si svolgeva la vita in mezzo a tanti
giovani: quale ansia di pace circolasse nelle loro vene, quale
voglia di ricostruzione ci fosse nel loro cuore. Durante il giorno,
il Centro brulicava di ragazzi e giovani, che venivano per le
varie attività: sportive, culturali, ricreative e spirituali.
Renzo ha affrontato un tema biblico legato al libro di Giosuè.
Era importante che quei giovani incominciassero ad assaporare
il gusto delle parole "libertà" e "terra".
Maria Pia faceva dei corsi di francese a un gruppo di ragazzini
attenti e sbarazzini a un tempo; si erano affezionati alla loro
maestra in modo incredibile: al momento della partenza, qualcuno
di loro è venuto persino all'aeroporto a salutarla.
Le suore Dorotee che facevano il loro servizio al Centro, avevano
una propria cappella: lì potevamo celebrare l'Eucaristia
nel raccoglimento. Era un momento di pace, di vera spiritualità.
Lì gli animatori, padri, suore e giovani, prendevano l'energia
per affrontare il peso e la fatica di ogni giorno.
I padri erano immersi ciascuno nelle proprie attività specifiche:
ognuno aveva il proprio settore di azione, perché tutto
potesse funzionare al meglio. Victor, con la sua bonaria ironia
e la sua cordiale disponibilità verso tutti, infondeva
coraggio, sdrammatizzava situazioni difficili, era il confidente
di tutti, quasi un "confessore" di piccoli e grandi.
Alla sera, osservando il cupo cielo africano, punteggiato di stelle
luminosissime, sapeva far sognare il cuore.
Tra i numerosi giovani e animatori che abbiamo incontrato e conosciuto,
c'era anche Dona. Era tra i responsabili del Centro: con le sue
riflessioni puntuali e il suo innato dinamismo stimolava gli altri
giovani suoi compagni a seguire i corsi. I suoi interventi erano
sempre mirati a infondere un tocco di forte spiritualità.
Persona posata e realista, ma grande sognatrice ad un tempo.
Sul finire del nostro soggiorno, una sera è stato organizzata
una festa della terra: una "liturgia" tipicamente africana,
per concludere il corso biblico e soprattutto per ringraziare
il Signore che ha reso variopinta e bella questa stupenda terra
del Burundi, così ricca di vegetazione, così incantata
nel suo fascino tropicale.
Tutti, giovani e adulti, si sono impegnati in una composizione
personale. La "celebrazione" è stata animata
da musica e danze improvvisate. Le mani, i piedi, il corpo non
possono restare fermi a quei ritmi, che suscitano fremito di vita
e agitano i sentimenti più profondi. I "poemi",
letti con sentimento e coinvolgimento, scendevano nell'animo come
gocce ristoratrici. Sono rimasto impressionato dalla spontaneità
di quegli interventi.
Mancavano pochissimi giorni alla nostra partenza: ma ho fatto
in tempo a raccogliere quasi tutti gli interventi, in vista di
una eventuale pubblicazione sul bollettino parrocchiale. (La "deformazione
professionale" mi perseguitava perfino in Africa)
Al ritorno in Svizzera, mi sono dato da fare perché ogni
composizione potesse avere un adeguato risalto, sulle pagine che
avevo a disposizione. La poesia di Dona, che celebra la prodigalità
della terra nella sua superficie e nel suo "ventre"
era quella che mi sembrava più carica di sentimenti: è
uno dei componimenti presenti in questo libretto.
Nei mesi successivi a quel luglio del 93 in Burundi è capitato
il finimondo. La democrazia è stata ribaltata. Il sangue
ha iniziato a scorrere impietoso, il delitto e la strage hanno
infierito brutalmente su quella terra, celebrata come una delle
più belle al mondo. Le notizie che giungevano fino a noi
si susseguivano sempre più minacciose e drammatiche. Sembrava
che ogni speranza venisse uccisa a mitragliate, così come
tanti poveri innocenti, che pagavano con il sangue la loro sete
di giustizia.
Per quanto era possibile, abbiamo cercato di tenerci in contatto,
di sensibilizzare le nostre comunità parrocchiali, perché
ogni volta venissero a conoscenza di quanto stava succedendo.
Noi che vivevamo al sicuro non potevamo ignorare chi era continuamente
minacciato e doveva fuggire. Ci preoccupavano molto le sorti del
Centro, dei tanti giovani che avevamo conosciuto, dei padri missionari,
dei responsabili. Per quello che è dipeso da noi, abbiamo
cercato, soprattutto nei momenti più critici, di dare fiducia
e coraggio, di aiutare.
Come un flusso ininterrotto, quasi miracoloso, le poesie di Dona
giungevano fino a noi costantemente. Erano "parole"
ricche di una speranza impossibile, "inni di lode" al
Signore che rimane sempre fedele e amante degli uomini, nonostante
tutto, "proteste" forti e coraggiose contro l'ingiustizia
e la morte. Rivelavano un desiderio e una voglia di vivere, che
sono superiori a qualsiasi delitto. Esse non ci hanno mai lasciato
dubitare della sua forza d'animo e della sua capacità di
resistere. Ci permettevano di credere che anche in tutti gli altri
ci fosse la forza di non rassegnarsi mai, di combattere in prima
fila, a favore della vita, della stessa sopravvivenza.
Dona e tutti gli altri ci chiedevano di stare loro vicini, di
pregare per loro, di aiutarli in qualsiasi modo. Ma ci accorgevamo
che era piuttosto lei, con la sua fede e con il suo coraggio,
a dare coraggio a noi. La sua fede ci sembrava simile a quella
dei primi cristiani, che pure erano confrontati con le persecuzioni.
La nostra chiesa, le comunità parrocchiali in mezzo alle
quali siamo chiamati a vivere hanno sempre più bisogno
di ossigeno puro, di testimonianze autentiche, per respirare una
fede genuina. Il benessere e le preoccupazioni materiali le assillano,
intorbidiscono la loro vista. Siamo troppo immersi in preoccupazioni
a volte esteriori e superficiali. Perdiamo di vista l'essenziale.
Ogni volta che veniamo confrontati con la durezza della vita,
con la sofferenza e la persecuzione, le ingiustizie e le violenze
compiute nei paesi del Terzo Mondo, siamo costretti a reagire,
a interrogarci. Qualcuno potrebbe, come reazione di autodifesa,
chiudersi in se stesso, ignorare quanto succede al di là
del proprio orticello. Ma più frequentemente, chi lascia
aperto anche solo uno spiraglio al soffio dello Spirito, si vede
costretto a spalancare un poco alla volta il proprio cuore. Può
capitare allora che succeda l'imprevedibile: che il richiamo fondamentale
all'amore, alla fratellanza stravolga un'esistenza appiattita
su un mondo troppo materiale.
Allora ci si accorge magari che è stato il Signore stesso
a far udire la sua voce, proprio attraverso la parola di una giovane
donna, scelta da Lui come messaggera di pace e di speranza. Dio
parla sì attraverso la Bibbia e la coscienza di ogni uomo.
Ma è altrettanto vero che continua a "gridare"
attraverso i suoi porta-parola, i profeti dei nostri tempi, che
ci richiamano ai valori essenziali della vita, alla fede vera,
all'amore. Nelle varie parrocchie molti sono stati quei cristiani
che hanno avuto la possibilità e la fortuna di recepire
questa "Parola", che è giunta viva e forte attraverso
Dona. E ne siamo grati al Signore, che soffia con il suo Spirito
dove e quando vuole.
Ma la comunità di Cademario, nel mese di novembre del 1998,
ha vissuto una nuova esperienza. E' venuto in essa un testimone
vivente del Vangelo, il vescovo mons. Simone Ntamwana. Nel frattempo
egli è stato trasferito da Bujumbura alla diocesi di Gitega,
divenuto arcivescovo e presidente della Conferenza episcopale
burundese. I ragazzi di Cademario e Aranno, che l'hanno incontrato
personalmente, hanno potuto sperimentare la presenza di un annunciatore
credibile della fede, in una Chiesa e in un mondo dove la persecuzione
continua a essere attuale. La sua affabilità, ma anche
la sua decisione e il suo coraggio hanno toccato il cuore di questi
giovani che ricorderanno sicuramente con piacere un simile incontro,
così decisivo per la loro vita.
Nel settembre 1998 mi sono state affidate due nuove parrocchie,
in una regione diversa del Canton Ticino, il Mendrisiotto. Si
tratta di Rancate e Besazio. Queste due comunità hanno
una sensibilità spiccata per le missioni, che sentono vicine
nella preghiera e nell'aiuto materiale.
Quando ho parlato ai nuovi parrocchiani del Centro Giovani Kamenge,
di Bujumbura, subito hanno voluto interessarsi, conoscere, sapere.
Già prima di Natale, padre Claudio, che si trovava per
un periodo di convalescenza in Italia, ha potuto venire personalmente
ad animare una celebrazione eucaristica, la domenica 20 dicembre.
Proprio la sera prima, durante un teatro tenuto presso il salone
Oratorio, ha portato la sua testimonianza. Un gruppo di giovani
si è mostrato molto interessato alla speranza nuova che
sta fortunatamente aprendosi in quelle regioni.
Anche nei bollettini delle nuove parrocchie, le poesie di Dona
sono apparse subito come linfa vitale, che alimenta il cuore e
i sentimenti più belli, quelli che portano alla pace e
alla serenità.
Proprio in occasione della visita di padre Claudio, abbiamo pensato
alla pubblicazione di queste poesie che, raccolte assieme, possono
diventare occasione di riflessione e stimolo. Sono convinto che
siano in molti, sia tra i 'vecchi' che tra i 'nuovi' parrocchiani,
oltre che tra gli amici, quelli che apprezzeranno questo regalo
prezioso, che raccoglie alcune pagine di Dona. Le affidiamo alla
fantasia creatrice di ciascuno, perché, attingendo alla
sorgente dello stesso Spirito, possa percepire più viva
la comunione con la terra, con i poveri, con il Signore.
Se appoggiamo il nostro cuore vicino a quello di Dona e di tutti
i giovani che lottano per una speranza di vita, ci accorgeremo
che magari essi battono all'unisono. Getteremo assieme le basi
per un futuro si speranza, dove "l'indifferenza è
eliminata" e "le anomalie di un mondo folle possono
essere evitate".
Pierangelo Regazzi